L'affondamento dell'Incrociatore Trieste

Alcuni brani di questo testo sono stati estratti dal libro "La Maddalena 1943, la piazzaforte di latta" di S. Sanna.

Revisione e rielaborazione a cura di Augusto Zedda

L'incrociatore "Trieste"

La vigilia

  Pur predisposta da oltre 50 anni alla guerra ed organizzata per essa, La Maddalena - nel corso della seconda guerra mondiale - non aveva ancora direttamente nelle proprie carni i devastanti effetti della guerra guerreggiata, se non nel sacrificio dei propri figli che morivano su tutti i fronti. E dell'unico episodio di guerra vissuta, accaduto in tempi remoti, rimaneva viva la memoria storica che le esigenze del regime aveva rinverdito in funzione della propaganda antifrancese e per l'annessione della Corsica. 150 anni prima, nel febbraio del 1793, l'isola aveva subito un devastante bombardamento diretto dal giovane tenente d'artiglieria Napoleone Bonaparte, nel tentativo d'occupazione della Sardegna settentrionale da parte dei franco-corsi. Furono due giorni di inferno e di fuoco, che seminarono il piccolo e povero abitato maddalenino di almeno 150 bombe. Diversa forza ebbero le bombe del raid aereo americano, che portarono distruzione e morte in una breve ondata di pochi minuti.

A voler fare un paragone tra i due episodi, si può notare che il primo fu un attacco indiscriminato, tendente a fiaccare la volontà di resistenza degli isolani. Il secondo fu un attacco "chirurgico" (come si dice oggi), misurato esclusivamente ad obbiettivi militari. Il primo infine, ebbe una reazione vincente, mentre il secondo la ebbe sterile e perdente.

In quei primi giorni di aprile del 1943 la vita scorreva normalmente a La Maddalena, quanto poteva essere normale la vita di una base militare. Le notizie dei bombardamenti subiti da Cagliari, esaltati nella loro tragica realtà dalla necessità propagandistica di fare degli aggressori delle "...belve umane che si vorrebbero strozzare con le proprie mani..." (come scriveva "L'Isola - il quotidiano fascista della Sardegna", che a Sassari aveva soppiantato "La Nuova Sardegna"), non preoccupò particolarmente i maddalenini. Poche famiglie avevano aderito agli inviti a sfollare. Le attività commerciali si svolgevano pressoché normalmente, così come le lezioni scolastiche nei vari istituti. La cronaca, addirittura, registrò, pochi giorni prima del bombardamento che "Nel salone della G.I.L. il camerata Dott. Antonio Gana ha parlato ai giovani ed ai fascisti, commemorando il XIII marzo, la fondazione dei fasci di combattimento".

Nessuno riteneva possibile un attacco alla base. La presenza del Trieste e del Gorizia, piuttosto che un incentivo, era ritenuto un elemento di dissuasione, unito alla errata convinzione di essere protetti da un sistema difensivo insuperabile. Riportiamo due testimonianze di tale sentimento, stralciandole da rievocazioni giornalistiche degli avvenimenti in questione operate da testimoni e pubblicate dalla Nuova Sardegna. <...Ogni tanto allarme: ricognitori nemici in vista. "Forza Trieste" gridava la gente. Ed il Trieste rispondeva, poderoso. Pareva invincibile. Sembrava di vederlo ancora lì, sotto Monte Altura, mentre i franchi si preparano a scendere a terra, splendente al sole, come se il 10 aprile 1943 non fosse accaduto nulla. Anche questo videro gli isolani con occhi atterriti. Le due del pomeriggio: prime squadriglie di quadrimotori nemici altissime, luccicanti. "Forza Trieste!" si diceva ancora..." > ("Per otto anni la gente di La Maddalena ha vissuto una triste e grande avventura" di Sandro Serra 23.11.1947). <...quando le notizie allarmistiche si diffondevano, si guardava con fiduciosa sicurezza il brandeggiare dei cannoni del Trieste, per sentirsi più sicuri, protetti > ("Pagine di storia dolorosa della guerra a La Maddalena" di E. Casazza 17.04.1977).

Non esistevano rifugi, sostituiti dai sottoscala o dalle cantine, e da soluzioni singolari quali il cumulo di sacchi di sabbia sistemati in maniera aggettante ai muri esterni delle abitazioni per ricavarvi un vuoto in cui ripararsi. Alla potenza devastante delle bombe si opponevano le ingenue strisce di carta gommata nelle finestre e nelle vetrine. Gli allarmi erano pressoché quotidiani, per il sorvolo dell'arcipelago da parte di ricognitori nemici, ma quasi nessuno ormai ci badava più, giacché non seguivano mai azioni di bombardamento. Spesso entrava in azione solo la nostra contraerea, che non raggiungeva la quota di sorvolo, e che talvolta fu causa anche di gravi danni. Un documento, rintracciato nell'immenso fondo della Direzione Generale della Pubblica Sicurezza del Ministero degli Interni, conservato nell'archivio centrale dello stato, ne fornisce una drammatica testimonianza. Il 17 novembre del 1942 il Prefetto di Sassari, Notarianni, telegrafava il Ministero: < Ore 20.45 ieri dato allarme aereo at La Maddalena durato 80 minuti. Nessun lancio bombe. Entrata azione difesa contraerea. Circostanza Fante Ascagni Argante 21 RGT FTR colpito scheggia proiettile contraerea mentre transitava via cittadina et deceduto stamani ospedale marittimo >.

Ben altro fervore regnava, invece, nelle basi aeree Alleate del nord Africa, dove i comandi pianificavano per tempo gli interventi che quotidianamente venivano operati dai loro gruppi da caccia o da bombardamento.

L'azione su La Maddalena fu affidata agli americani, che operavano di giorno, e che di recente avevano ristrutturato l'organizzazione dei loro reparti aerei in Europa e nel Mediterraneo. Al contrario delle revisioni di schieramento che nello scacchiere internazionale mediterraneo andavano facendo le forze dell'Asse sotto la spinta degli eventi loro sfavorevoli, gli alleati si riorganizzavano secondo le indicazioni della Conferenza di Casablanca (14-23.1.1943), tra Churchill e Roosevelt, ed in riferimento all'espansione della loro iniziativa vincente.

Come loro solito gli americani prepararono meticolosamente anche questa azione. La classificarono "strategica", e rimase nei loro annali come una delle più famose tra gli attacchi pesanti, sia per il target qualificante contro cui si rivolse, sia per le ineccepibili modalità di esecuzione.

L'incursione

L'attacco aereo del sabato 10 aprile 1943 alla base maddalenina non ha avuto finora ricostruzioni sufficienti ed organiche. Pare quindi opportuno proporre a sessant'anni dai fatti una particolare rievocazione di quel tragico avvenimento bellico, che tenga in evidenza il complesso dei materiali documentari rinvenuti. Ancor più opportuno pare, inoltre, di dover valorizzare al massimo i documenti stessi. A tal proposito si è scelto di proporli pressoché integralmente, piuttosto che realizzare una improbabile sintesi, mixando magari le circostanze ritenute più credibili e tra loro le più congrue. Unico intervento che ci si riserva è quello di contestualizzazione e di raccordo che valorizzi i testi. Si vuole pervenire a una ricostruzione, cioè ricca di tanti e diversi punti di vista, quanti sono i diversi soggetti che raccontano ciò che hanno vissuto, e riconducibili - rispetto alle fonti - a due distinti piani di lettura.

Il primo piano, che chiamiamo dal basso, vede la rapida dinamica del raid da parte di coloro che lo hanno subito, e che lo hanno narrato nelle drammatiche condizioni degli offesi. L'altro piano, quello "dall'alto", e, invece, quello vissuto dagli attaccanti. Le fonti, per ciò, si riferiscono a documenti di Archivi italiani - sia militari che civili - , oltre che a testi rievocativi che ad essi si riferiscono. Per l'altro piano, infine, i documenti ed i testi sono di fonte alleata.

Dal basso

Rispetto al piano "dal basso" della ricostruzione, è obbligo prendere le mosse dalla documentazione raccolta nel titolario "attacco alle basi" dell'Archivio dell'Ufficio Storico della Marina Militare.

Il primo messaggio informativo dell'attacco, inviato a Supermarina, partì dal Comando Divisione Gorizia alle ore 17.15 dello stesso 10 aprile, efu ricevuto un'ora dopo. < Ore 14.50, circa 30 quadrimotori, Gorizia colpito centrosinistra et torre tre nave inutilizzata con incendio a bordo. Trieste colpito plancia caldaia prora et poppa estrema, affondato rovesciandosi sulla dritta at ore 16.13 per allagamento incontenibile falla centro dritta et poppa. Perdite numerose che mi riservo precisare.

Il secondo messaggio, delle 19.05, fu trasmesso dal Comando Marina Maddalena che informò Supermarina anche dei danni subiti dalla Base e dalle altre unità, oltre quelli subiti dagli incrociatori: < Dalle 14.37 alle 14.45 allarme per apparecchi 27, provenienti da nord ovest che hanno bombardato Unità Navali et Piazza marittima. Gorizia gravi danni. Trieste affondato come riferito Comando Divisione. Colpito Commissariato con qualche danno et magazzini et Navale con gravi danni et officine varie. Distrutti Mas 501 e 503 in lavori presso Base. Affondati MV Eliana di La Spezia et Maria B 20. Colpita caserma SMG. Nessun danno at SMG et Mas in rada. Riservo ulteriori precisazioni circa danni et morti et feriti che per ora da una prima valutazione escluse unità navali risulterebbero essere circa 20 morti et 70 feriti. Nessun danno in città >.

 Anche il VII Gruppo Sommergibili lanciò, alle 21.15, il proprio messaggio a Maricosom, il Comando centrale della flotta sommergibilistica, che lo ricevette dopo solo 20 minuti. < Ore 14.50 subito attacco aereo di cui un obbiettivo est stata Base Sommergibili. Alloggi sia ufficiali che per personale praticamente temporaneamente inutilizzabili. Officina sommergibili et officina siluri colpite in pieno da bombe. Unità presenti solo sommergibile Mocenigo forato doppio fondo numero 2 dritta cassa nafta e tubolatura compenso esterna et tubolatura sfogo aria doppio fondo numero 2 dritta. Disposto salvo contrordine sommergibile Aradam dislochi subito Bonifacio. Disposto opportuno diradamento altre unità. Su sommergibile Mocenigo et sommergibile Topazio non est possibile utilizzare lavori. Propongo trasferimento altra sede. Unità presenti da ore 08.00 corrente eseguiranno tutte ascolto RT continuo. Tenente Vascello Garofani Luciano Tenente g.n. Vigiari Carlo Maggiore g.n. Sini Mauro Sottotenente Vascello Sella Gregorio feriti. Sommergibile Sirena non est attualmente in condizioni dato numero personale ferito eseguire missione. >.

Con un successivo fono lo stesso VII Grupsom comunicò più precisamente il numero dei morti e dei feriti: 1 morto e 2 feriti per il Mocenigo; 3 morti e 10 feriti per il Sirena; 1 disperso ed 1 ferito per il Topazio; 2 feriti per l'Aradam; 3 morti, 1 disperso e 2 feriti per la Stazione Sommergibili (Maristasom).

Anche da Nave Gorizia partirono poco dopo le 22.00 del 10 aprile, i primi tristi conteggi approssimativi delle vittime. Tra i suoi uomini, 97 feriti, di cui 3 ufficiali, e 28 morti, di cui 4 ufficiali. Tra gli uomini del Trieste 50 feriti, di cui 2 ufficiali e 30 morti. Sempre da Nave Gorizia, ma stavolta per Maripers, un ulteriore messaggio lanciato nella notte tra l'11 ed il 12, specificò per il Trieste 2 ufficiali morti e 2 dispersi, 6 sottufficiali feriti ed altrettanti dispersi, 67 sottocapi e comuni feriti e 67 circa tra morti e dispersi.

Mentre sul Gorizia ferito si lavorava febbrilmente, il comando della III Divisione poté inviare alle 00.10 del giorno 11 un messaggio a Supermarina sulla fine del Trieste. < Nave Trieste colpita da una bomba poppa estrema con perforazione ponte coperta e falla. 2 aut più bombe quadripode plancia Ammiraglio, Comando, et perforazione ponte coperta et batterie et esplosione caldaia prora lato sinistro con asportazione lato sinistro fumaiolo. Numerose bombe esplose sotto il livello di galleggiamento dritta et sinistra con scardinamento corsi corazza et fasciame et rapido allagamento caldaie et motrici et turbodinamo poppa. Altre bombe esplose fuori scafo provocarono falla et rapido allagamento locali diesel dinamo provocando totale mancanza mezzi esaurimento. >.

Per i danni subiti dalla base, dai vari Enti e dalle altre unità, fu ancora Marina Maddalena che informò più dettagliatamente Supermarina, e per conoscenza Marina Napoli, con un messaggio delle ore 13.00 del giorno 11. < Base Navale quasi distrutte et inutilizzabili centrale elettrica, officina sommergibili, officina siluri, officina artiglieria, officina autoreparto, parte di officina falegnameria, locale argano, scalo alaggio, ufficio spedizioni, ufficio ragioneria. Colpiti et parzialmente inutilizzabili alloggio ufficiali et sottufficiali caserma distaccamento casermetta Mas, Caserma Carabinieri, magazzino zona fari. Molte banchine sono sconvolte et franate et manca del tutto energia elettrica. Sono andati distrutti 2 idro della III Divisione Mas 501 et 503 tutti automezzi in riparazione et numero 6 imbarcazioni. Affondato M/V Eliana et Carmen Adele et Maria Pia anziché Maria B 20. 5 bettoline et barca pompa destinata Cagliari. Sommergibile Mocenigo riportata foratura doppio fondo. In corso di accertamento efficienza bacini. Inabitabili alloggio et ufficio capogruppo sommergibili et caserma sommergibili. Interrotte gran parte comunicazioni telefoniche rete normale et rete tiro et parte comunicazioni telegrafiche. > .

In un messaggio partito nella notte tra il giorno 11 e 12 da Marina Maddalena, ed in cui non si individua il destinatario che però deve intendersi quasi sicuramente Supermarina, si legge infine: < Quota circa 5000 metri allarme ore 14.37 bombardamento ore 14.38 effettuato da tre formazioni di nove apparecchi ciascuna. Funzionamento difesa contraerea regolare con pronto intervento tutte batterie. Qualche inconveniente ai materiali et a una centrale tiro >.

A questo punto la cartella d'archivio, esauriti i messaggi brevi, d'informazione immediata ed anche frammentaria, offre testi meditati e quindi più organici, vere e proprie relazioni. Si tratta, in particolare di due documenti diversi, sia come mittenti che come destinatari, di cui il primo relaziona su entrambe le unità della Divisione, mentre il secondo solo sul Gorizia. Nonostante la loro consistenza si preferisce inserirli integralmente, piuttosto che relegarli in una recondita appendice documentaria, per dare più direttamente e completamente il quadro della visione dal basso dell'attacco.

Per ciò che attiene la visione dall'alto dell'avvenimento si parte da un testo non documentario. Si tratta del testo statunitense "The Army Air Forces in World Warr II" di Crawen & Cate, che attinge direttamente dai documenti dell'aviazione statunitense, di cui ne risulta essere la pubblicazione ufficiale. Riportiamo per esteso il breve racconto della preparazione e dell'azione dell'attacco del 10 aprile:

N.A.P.W.R., il sevizio di ricognizione fotografica della North African Air Force (NAAF), "   localizzò il Trieste ed il Gorizia ancorati a La Maddalena e chiusi tra reti antisottomarine..... NAPWR lavorò fuori orario per duplicare le fotografie e Spaatz ordinò un attacco alla prima occasione... Il 10 aprile i B 17 sganciarono bombe da 1000 libbre (con spoletta all'ogiva di 1/10 di secondo e con quella posteriore di 25 millesimi) per ponti corazzati da 2 o 3 pollici. 24 B 17 affondarono il Trieste da una quota di 19.000 piedi. 36 B 17 attaccarono e danneggiarono pesantemente il Gorizia. I rimanenti 24 bombardieri sganciarono sul porto e sulla base sottomarina".

Abbiamo anche due testi italiani che in parte si rifanno ai documenti americani ed al testo surrichiamato, che rispetto ad esso offrono alcuni elementi integrativi di certo interesse. Tali elementi vengono qui ripresi anche se non abbiamo avuto la possibilità di verificare appieno le fonti. Nel loro ottimo testo "La portaerei del mediterraneo" (Cagliari 1982), M. Coni ed F. Serra affermano che l'attacco al Gorizia fu portato da 36 Fortezze del 97° Group (con aggregate quelle del 2° Group), sganciando ciascuna le proprie 5 bombe in dotazione. Il Trieste fu invece affondato da 24 fortezze del 99° Group, con due sganciamenti effettuati da 2 squadre di 12 apparecchi ciascuna. La Base, sempre secondo Coni e Serra, fu devastata da un tappeto di oltre 200 bombe da 500 libbre, lanciate da 24 bombardieri del 301° Bomb Group contro le officine ed i banchinamenti.

Il secondo testo è edito dall'ufficio storico dell'Aeronautica Militare col titolo "La Regia Aeronautica 1940-1943", di M. Arena. In esso, di particolare, si legge che le 24 fortezze agirono sul Trieste usando il metodo di attacco MTO a formazioni sovrapposte, cioè suddivise in "quadrati oscillanti" su 6 losanghe sovrapposte. Il Trieste fu quindi colato a picco all'istante da una scarica di 120 bombe da 500 Kg a "saturazione". Gli altri 36 bombardieri, secondo Arena, danneggiarono gravemente il  Gorizia ed affondarono i Mas 501 e 503, oltre a danneggiare la Base Navale. Questi è l'unico testo esaminato che fissa l'orario dell'attacco alle 16.10, quasi senz'altro equivocando con l'orario di inabissamento completo del Trieste nelle acque di Mezzoschifo.

Tutti e tre i testi (i due italiani e quello statunitense) danno poi notizia dell'attacco effettuato su La Maddalena il successivo 13 Aprile, con cui gli americani tentarono di dare il colpo di grazia al Gorizia, in particolare nel testo di Craven e Cate si legge che l'incursione fu fatta dai caccia bimotori Lockeed P 38 "Lightning" (fulmine), e che l'incrociatore ne fu ulteriormente danneggiato. Quest'ultima situazione però, come è noto dalla memoria del Comandante Melodia, non risulta vera, giacché il Gorizia aveva già lasciato il recinto di Porto Palma alee 23.30 del 12 aprile ed arrivò a La Spezia nel pomeriggio del 13. Secondo Coni e Serra a questo attacco si riferiva, in quanto fu l'unico portato in Sardegna in quella giornata, il bollettino n° 1054 del 14 aprile, in cui era detto che "Località della Liguria, Sicilia e Sardegna sono state bombardate dall'aviazione anglo-americana".

La verifica ci viene dall'autorevole fonte prefettizia già utilizzata. Il prefetto Notarianni da Sassari telegrafò al Ministero degli Interni: "Ore 11.11 - 12.15 formazione 5 o 6 aerei nemici hanno sganciato bombe su La Maddalena contro piroscafi in rada senza causare danni. Batterie e contraeree entrate in azione hanno probabilmente colpito 2 velivoli". Lo stesso Notarianni informò che due giorni prima, l'11 aprile, La Maddalena entrò in allarme per ben due volte per il sorvolo di un imprecisato numero di aerei.

Non molto più preciso fu il bollettino n° 1051 dell'11 aprile, che più ci interessa. In cui si legge che Napoli, Cagliari e La Maddalena erano state bombardate dall'aviazione anglo-americana. Nulla si diceva della pratica eliminazione della III Divisione navale e degli altri danni. Né risulta che tali danni siano mai stati ufficialmente ammessi pubblicamente da parte italiana. Gli italiani ne furono informati illegalmente da Radio Londra, che ne parlò per ben due volte, nei servizi in lingua italiana, il pomeriggio e la sera del 13 aprile. "One bomb will be enough. One bomb was enough" (una bomba sarà sufficiente, una bomba è stata sufficiente), un titolo quasi letterario per la notizia data alle 18.30 da Umberto Limentani: "Lo scafo squarciato dalle bombe degli aeroplani americani, l'incrociatore Trieste è affondato nel porto di La Maddalena".

L'informazione fu successivamente arricchita da un commento pesantemente malizioso che partecipò a sollevare, in un clima particolarmente carico di sospetti, una delicata questione di cui si dirà nelle conclusioni. "Quando alcuni giorni fa - commentò in lingua italiana il "London Diary" n° 298 del 13 aprile - notizie da Tangeri rivelavano la presenza del Mediterraneo occidentale di tre potenti corazzate britanniche, la Nelson, la Rodney e la Malaya, veniva precisato che queste grandi unità erano scortate da ben 35 cacciatorpediniere. Il Gorizia ed il Trieste erano soli, più che un errore un delitto". Appare particolarmente trasparente in queste parole, l'intento di fare guerra psicologica, seminando zizzania nel campo avversario. L'insinuazione troverà terreno favorevole per divenire in molti certezza di tradimento.

L'"Italian Services" di Radio Londra ritornò più ampiamente sull'argomento con il suo "London Diary" n° 314 del 30 aprile che, alle 17.30 così parlò agli italiani: "Come è noto, il 10 aprile una formazione di fortezze volanti raggiungeva i due incrociatori pesanti Trieste e Gorizia, che si erano rifugiati a La Maddalena. Affondava il primo e danneggiava gravemente il secondo: la perdita del Trieste non è stata mai ammessa dal Comando della Marina italiana

  Il lungo ed importante rapporto è stato rintracciato nella cartella dell'AUSMM in quanto, pur indirizzato alla Nave Roma, fu da questa rimesso in copia a Supermarina. La lettera di inoltro datata 23 maggio 1943 ed intestata "Comando in Capo Forze navali da battaglia", è firmata dall'Ammiraglio Bergamini, che issava la propria insegna proprio sulla corazzata Roma. Il Comandante in Capo della flotta prese l'occasione dell'inoltro per proporre a Supermarina alcune considerazioni tecniche di grande interesse sull'attacco del 10 aprile e sulla tenuta del Gorizia.

Per quel che riguarda l'attacco e la risposta ad esso, secondo Bergamini il successo era da ascrivere: < ...non solo e non tanto alla precisione del tiro, che è veramente notevole, ma al fatto che gli aerei sono stati praticamente indisturbati e sono giunti all'improvviso >. Oltre a ciò Bergamini, erroneamente convinto - secondo quanto scriveva - che la quota di sgancio fosse stata molto meno elevata di quanto non veniva scritto nel Rapporto, considerava che < ...non è la quota che è altissima, ma è il tiro che è assolutamente inefficace >. 

E' già stato accennato che è stata rinvenuta una seconda fonte documentaria presso l'Archivio Centrale dello Stato che, seppur con un minor numero di testi, ci offre qualche elemento di particolare interesse sui fatti. Nelle cartelle della Direzione Generale della Pubblica Sicurezza del Ministero degli Interni, una busta intitolata "Incursioni Aeronavali" raccoglie per provincia le note informative che i Prefetti inviavano sugli attacchi che si abbattevano sul territorio di loro competenza.

Il Prefetto Notarianni fu in grado di inviare ll suo primo messaggio, dagli uffici di Sassari, già alle ore 17.00 dello stesso 10 aprile. < La Maddalena entrata in allarme Alle ore 14.45 batterie La Maddalena entrate in azione. Mancano notizie dirette per interruzione linee telefoniche. Da notizie apprese da fonte militare risulta che formazione di oltre 60 aerei nemici ha bombardato La Maddalena et Palau causando danni non precisati >. Appare singolare come in questo messaggio sia individuato con sufficiente precisione il numero degli aerei partecipanti al raid, secondo quanto sarà verificato dalle informazioni di fonte alleata. E' probabile che i dati sul numero dei velivoli sia stato fornito al Prefetto, piuttosto che dagli Enti di La Maddalena coni quali non poteva comunicare, dalla rete di avvistamento più esterna all'arcipelago maddalenino e che faceva capo a Sassari. I documenti militari riportati, anche le relazioni ed i rapporti più meditati, hanno sempre indicato - come abbiamo sinora riportato - in circa 32 quadrimotori americani partecipanti all'attacco. Il rapporto di cui al documento n° 2 per la prima volta indicò, addirittura, il tipo di aereo: il Boeing B 24 Liberator, dando un indicazione deviante alla più scarsa pubblicistica di rievocazione dei fatti, che la ha pigramente ripresa senza alcun ontrollo.

Il secondo ed ultimo messaggio del Prefetto Notarianni fu inoltrato da La Maddalena alle 00.40 del giorno 11 aprile. < Pomeriggio ore 14.30 grossa formazione aerea nemica effettuava incursione su La Maddalena et Palau. Appena avutane notizia recatomi quì con sottosegretario Ministero Finanze in visita Sassari. Risulta affondato incrociatore Trieste et gravemente colpito incrociatore Gorizia. Risultano colpiti anche impianti vari Base Navale et Commissariato Militare et caserma Regia Marina. Nessuna vittima tra la popolazione eccetto quattro operai militarizzati et danni insignificanti in qualche abitazione. Tra i marinai accertati finora sessanta morti e circa duecento feriti. Uccisi quattro carabinieri sorveglianza Regia Marina. Contegno popolazione sereno. Ordine pubblico normale >.

Lo stile prefettizio non fa giustizia del reale "spirito pubblico" dei maddalenini e dei palaesi  che pur non creando alcun problema di ordine pubblico, non poteva essere "sereno". Avevano partecipato in diretta alla catastrofe che aveva dato morte violenta a centinaia di giovani, distrutto due possenti navi che da tempo vivevano in simbiosi con loro, e rovinato le strutture della loro Base Navale. Tanto meno poteva essere sereno l'animo ed il volto di chi per la terza volta doveva prendere la via del tristissimo sfollamento.

Fu questa la volta più dolorosa. Lasciavano dietro di se i morti approssimativamente ricomposti nelle loro carni straziate. Sapevano che sarebbe stata una lunga lontananza ed in condizioni di gravissimo disagio. Durerà infatti quasi un anno l'esilio di guerra, col cuore in gola ad ogni allarme e ad ogni notizia di quel terribile settembre. Intanto il Provveditore agli Studi di Sassari prese atto dello sfollamento totale ed ordino che, con decorrenza immediata, la Regia Scuola Media di La Maddalena fosse trasferita a Tempio presso i locali della Scuola Media, mentre il Regio Avviamento marinaro, fosse trasferito, sempre a Tempio, presso quello dell'Avviamento industriale.   

Dopo la tempesta

A meno di 24 ore dall'attacco Supermarina pensò al futuro degli equipaggi della III Divisione. Senza neppure avere il quadro sufficiente della situazione del personale, diramò un fono indirizzato al Gorizia Per la Divisione ed alla corazzata Littorio per la Squadra Navale: < Stato Maggiore ed equipaggio Trieste armeranno "Yean de la Vienne" recuperato Tolone ottime condizioni. Qualora lavori Gorizia molto lunghi Stato Maggiore ed equipaggio Gorizia armeranno il "Galissoniere" recuperato anch'esso in ottime condizioni >.

Si trattava di due incrociatori leggeri gemelli scampati all'auto-affondamento della flotta francese e presi in consegna dalla Marina italiana nel novembre del 1942. Secondo il Repertori Generale delle Unità della Marina Militare (1861-1966)", pubblicato dall'Ufficio Storico della Marina Militare, le due navi assunsero le sigle, rispettivamente, di FR 11 ed FR 12, ma non entrarono mai in servizio. Ciò significherebbe, quindi, che l'ipotesi di ridistribuzione degli equipaggi prevista da Supermarina non fu attuata.

Dopo la terribile tempesta non ci fu quiete nell'arcipelago, che subì allarmi quotidiani ed anche attacchi, qualcuno dei quali anche pesante. Presentiamo rapidamente i principali di questi episodi, in ordine cronologico sino al novembre 1943, per dare un quadro esaustivo del difficile anno vissuto dalla base maddalenina per quanto riguarda le incursioni aeree.

Detto dell'incursione del 13 aprile, la serie riprende con l'attacco, riferito ancora dal Prefetto Notarianni, avvenuto il 14 maggio. Un aerosilurante lanciò più siluri contro il naviglio in rada senza alcuna conseguenza.

Il 24 maggio la Sardegna fu attaccata in più punti e La Maddalena ebbe un incursione che per la prima volta si scaricò anche su obbiettivi non militari. Il messaggio del Prefetto di Sassari è, tra le varie fonti che ne riferiscono, il più preciso e ricco. "Incursione odierna su Maddalena avvenuta ore 15.00 a opera due formazioni aeree nemiche ha causato lesioni abitazioni civile e sede Comune. Risultano bombardate isola S. Stefano, Caprera. Nave mercantile e naviglio militare alla fonda non sono stati colpiti. Finora accertati 2 morti civili e uno militare. Danni non gravi"

Questo attacco ebbe un'ampia ribalta nazionale perché l'ente stampa ne fece oggetto di un  "Servizio Particolare", che fu pubblicato su tutti i giornali del continente, e che stranamente il quotidiano fascista di Sassari, "L'Isola", pubblico solo il 23 giugno: "Gesta dei banditi dell'aria. Bombe sganciate nel cielo di Caprera a 20 metri dalla tomba di Garibaldi". Si tratta di un articolo enfatico sulla guerra continuazione del Risorgimento, e sul "gangsterismo aereo" americano che profana anche la tomba di Garibaldi. "Nel corso di due incursioni avvenute il 10 aprile ed il 24 maggio sono state sganciate ben 8 bombe: 3 alla distanza di 50 metri, 4 alla distanza di 40-50 metri ed una alla distanza di 20 metri in linea d'aria dalla tomba... Per precisare meglio la responsabilità dei gangsters si nota che le tombe sono chiuse da un muro di un candore abbagliante, che non può non essere visibile agli aviatori nemici". Radio Londra non tardò a replicare argutamente in una rubrica in lingua italiana. "Free Italy Talks", curata da Calosso ed andata in onda il 20 giugno. "I giornali fascisti cercano truffaldinamente di aggregarsi a Garibaldi, dopo aver ben controllato che egli è morto e che non può alzarsi in piedi nella tomba e dar mano alla spada". Calosso concluse il suo pezzo ricordando che Caprera fu donata a Garibaldi da alcuni suoi ammiratori inglesi.

Altrettanto pesante fu l'incursione del 26 maggio, dopo solo due giorni. Stavolta la raccontiamo dal messaggio di Marina/Maddalena a Supermarina: "Ore 12.30, numero 14 apparecchi nemici del tipo Locked P38 provenienti da greco e maestro, sorvolano l'estuario a bassa quota lanciando bombe che colpiscono abitazioni civili, diroccano 4 case presso cimitero vecchio, nell'isola di S. Stefano colpiscono un serbatoio nafta scoperto e incendiano residui acqua e nafta fondo serbatoio, Bombe cadute altresì prossimità piroscafo Monte Santo ormeggiato a boa rada S. Stefano sfondano stiva 2 e causano allagamento per il quale unità è stata portata poggiare sul fondo presso stessa isola. Riservomi precisare altri danni. Mitragliato sommergibile all'ormeggio Porto Palma senza danni. Mitragliata barca presso levante causando 2 morti e 4 feriti. Mitragliato semaforo Capo Ferro senza danni. Da notizie non accertabili comunicate da motoveliero alla fonda porto Pevero risulterebbero 3 aerei caduti in mare durante fase allontanamento". Con un successivo messaggio si precisò che il Monte Santo si appoggiò sul fondo con la poppa fuori acqua e la prua tre metri sotto, e quindi si confermò dei 2 morti e si aggiornò il numero dei feriti, cresciuto a 5.

La successiva incursione di cui si ha notizia documentata e quella che si svolse la notte del 12 luglio, raccontata dall'estensore del "Diario di guerra" della Piazza. Stavolta il sistema di avvistamento funzionò, giacché sia la Dictat di Olbia che Bastia allertarono Marina/Maddalena, che diede l'allarme alle 22.32, mentre le batterie furono allertate già 5 minuti prima. Gli aerei a media e bassa quota evoluirono attorno alla Piazza con frequenti puntate su Palau, dove sganciarono diverse bombe nel tentativo di colpire i navigli in rada. L'attacco durò oltre due ore e fu portato da una squadra di 10 apparecchi, a gruppi di 2 o 3 per volta. Secondo la fonte italiana, un aereo attaccante fu abbattuto e ne furono rinvenuti i relitti oltre a tre cadaveri.

Si ha, inoltre, notizia di un sorvolo di aerei nemici avvenuto il 12 agosto. Lo si registra, nonostante non si si sia trattato di una vera e propria incursione, perché eccezionale fu il testimone che ne scrisse, e perché si vuole notare quanto frequenti furono in quell'estate i passaggi di caccia e bombardieri anglo-americani sull'estuario maddalenino. Da cinque giorni relegato nella villa Webber, a ponente dell'abitato di La Maddalena, Mussolini annotava nel suo diario di prigionia: "Stamani, 12 agosto, allarme aereo e colpi della contraerea alle 8. Ho visto soltanto due caccia isolati che volavano dietro l'isola. Il tutto è durato 3 o 4 minuti". Nella stessa giornata, indubbiamente la più nera della sua prigionia, l'ex Duce, con accenti teatralmente disperati, firmò come "Mussolini Defunto" la dedica che appose su di un libro per bambini portogli dalla sua lavandaia.

Le ultime due incursioni si registrano nel periodo post armistiziale, e quindi furono portati alla Base maddalenina da aerei tedeschi. La prima si risolse in un ripetuto sorvolo di due apparecchi, probabilmente aerosiluranti, senza lancio di bombe e siluri. Il "Diario" della 3° Legione Milmart registra che quel giorno, 10 novembre, furono esplosi ben 366 colpi di artiglieria contraerea e 1983 colpi di mitragliera.

La seconda si svolse il martedì 24 novembre, ed oltre che nel "Diario di Guerra", ne troviamo il racconto in una fonte ancora non utilizzata. "Il Diario" del Comando della Tenenza dei Carabinieri Reali di La Maddalena, così si annota: "Ore 18.22, incursione aerea su La Maddalena di apparecchi nemici che lanciano bombe e spezzoni, affondando motosilurante inglese cui equipaggio lamenta 3 morti e 5 feriti. Lievi danni banchina e stazione radio della Regia Marina. Apparecchi aerei nemici sganciano 2 bombe località "Multineddu" frazione Palau - comune di Tempio - causando crollo casa campestre. Schegge proiettile artiglieria contraerea, località "Zecchina" - stessa regione - ferisce Fante Perrone Savino del 188° Reggimento costiero".

Conclusioni

Il commento di Radio Londra, circa la colpevole solitudine in cui sarebbero stati abbandonati a La Maddalena gli incrociatori pesanti della III Divisione, era chiaramente provocatorio. Gli stessi anglo-americani sapevano che la flotta italiana non disponeva di tale unità di scorta da poter eventualmente impegnare a favore dei soli Trieste e Gorizia. Così come non sfuggiva anche alle considerazioni dei redattori dell'"Italian Services" di Radio Londra che la presenza di numerose navi di scorta, anch'esse ancorate nell'estuario maddalenino non avrebbe comunque potuto salvaguardare gli incrociatori dalle offese di quel tipo di incursioni aeree. La loro presenza avrebbe, invece, determinato un bottino ben più consistente di quello pur conseguito dai bombardieri americani in quel terribile sabato.

Come abbiamo già commentato fine diretto di quella insinuazione era di creare discredito nelle Forze armate e nel Paese, secondo la più classica delle operazioni di propaganda nemica nel fronte interno degli avversari con una azione di guerra psicologica. Una tale operazione, naturalmente, risultò possibile ed efficace in quella situazione in cui lo stato delle operazioni militari già mostrava chiari i segni della imminente catastrofe. Ma tanto più fu strumentalmente credibile nel pesante clima del dopo guerra, quando insinuazioni di questo tipo favorirono una abbondante letteratura del sospetto ed una accanita caccia ai traditori, cui addossare la responsabilità della sconfitta.

La Marina, in particolare, fu oggetto di una tale operazione di discredito, ed in molti suoi uomini si getto l'ombra infamante del tradimento, che si pretendeva provato senza indizi o prove, e basato su elementi pur verificati insussistenti. La più nota di queste situazioni fu il processo che il Tribunale speciale per la difesa dello stato della Repubblica Sociale di Salò celebro a Parma, nel Maggio 1944, contro 4 Ammiragli. Li condannò alla pena capitale, quali traditori, e la sentenza fu presentata quale interpretazione del sentimento popolare contro coloro che avevano tradito la Patria.

Anche i fatti di La Maddalena furono utilizzati a dimostrare, con insinuanti congetture, che la Marina era un covo di traditori, che essa stessa poteva considerarsi traditrice come arma, nel suo complesso. Molti autori hanno infatti presentato sia l'incursione del 10 aprile 1943, sia gli avvenimenti accaduti sempre a La Maddalena dal 9 al 15 settembre dello stesso anno, quali risultati di tradimenti, quasi a dar seguito e corpo al sospetto lanciato, con ben altro fine contingente, dai microfoni di Radio Londra.

Fu addirittura Mussolini a parlarne per primo in quei termini, riferendosi proprio all'incursione aerea contro la Base maddalenina. Così infatti, scrisse, in terza persona nell'agosto del 1944, nel VII capitolo "Da Ponza alla Maddalena al Gran Sasso" del suo libello "Il tempo del bastone e della carota - Storia di un anno (ottobre 1942/settembre 1943)" : < Il soggiorno a La Maddalena fu abbastanza lungo... nessun civile era nell'isola già sfollata dopo il bombardamento del maggio, che aveva provocato danni ingentissimi alla Base e l'affondamento di due unità di medio tonnellaggio. Bombardamento misterioso, con precisa conoscenza degli obbiettivi. Si vedevano ancora i relitti delle grandi navi affondate...>

L'errore di datazione può essere giustificato per le condizioni di non documentazione in cui il Duce scriveva. Ma particolarmente evidente appare l'intento volutamente calunnioso con cui Mussolini ha accostato il "mistero" alla "precisione" dell'intervento nemico. La volontà di insinuazione viene ulteriormente provata dalla clamorosa bugia di aver visto i relitti delle due navi affondate. Un tale falso non poteva che essere stato prodotto scientemente e ad arte, per dare drammaticità e peso di credibilità all'insinuazione. E' arcinoto, infatti che il Gorizia, pur gravemente danneggiato, riparò a La Spezia e che il Trieste s'era totalmente inabissato e non mostrava affiorante alcuna parte dello scafo o delle sovrastrutture. Ne fa fede la drammatica foto della baia di Mezzoschifo, vuota e con le bolle prodotte dall'inabissamento della nave, scattata l'11 aprile dai ricognitori americani. Di certo poi non poteva evocare alcun sospetto la capacità dei ricognitori e dei bombardieri americani d'individuare, conoscere e centrare gli obbiettivi prefissati.

L'ex Duce aveva già indicato qualche riga prima il "traditore", seppur in modo subdolamente indiretto, parlando dell'incontro che ebbe al suo arrivo a La Maddalena con l'Ammiraglio Bruno Brivonesi, Comandante di Marisardegna. "Questo Ammiraglio, sposato ad una inglese, aveva subito un procedimento per la distruzione di un intero convoglio di ben sette navi mercantili, più tre unità da guerra, fra cui due diecimila, e affondato al completo da quattro incrociatori leggeri con pochi minuti di fuoco, senza subire la minima perdita. L'inchiesta condotta dalle autorità della Marina con evidente negligenza non portò che a sanzioni di carattere interno contro questo Amiraglio. Direttamente responsabile della perdita di dieci navi e di parecchie centinaia di uomini".

Mussolini si riferiva all'episodio relativo all'annientamento del convoglio "Duisburg", dal nome del piroscafo capo convoglio, che l'8 novembre 1941 partì da Messina per la Libia, e che la notte successiva si imbattè nella cosiddetta "Forza K" britannica. Questa, dotata di radar distrusse il convoglio in soli 7 minuti e si dileguò altrettanto rapidamente, sottraendosi alla risposta della scorta, tra cui figurava lo stesso Trieste, su cui in quel momento issava la propria insegna di Comandante della III Divisione l'Ammiraglio Bruno Brivonesi. Additato quale responsabile, quest'Ammiraglio fu sottoposto, su sollecitazione di Mussolini che si aspettava una soluzione esemplare, al Tribunale Militare di Guerra di Roma con una imputazione che prevedeva la pena di morte. L'istruttoria durò ben otto mesi, ed a conclusione il Tribunale scagionò Brivonesi da tutte le imputazioni con la formula del "non ruolo a procedere". Ci fu anche un'inchiesta amministrativa che evidenziò solo errori tecnici.

Non a caso Mussolini non presentava i risultati del procedimento penale. Quando scriveva quel testo era in pieno sviluppo la campagna diffamatoria sulla responsabilità della Marina circa l'esito infausto della guerra. Si trattò di una campagna orchestrata dalla Repubblica Sociale di Salò, e che fu attuata soprattutto con la stampa e addirittura con manifesti murali. Il giornale di Farinacci, il gerarca fascista più vicino al nazismo, in una serie di articoli sulla guerra navale, utilizzò ampiamente l'episodio del convoglio "Duisburg". Operò anche una grossolana falsificazione della data della circostanza, che fu indicata nel 9 novembre del 1942, per metterla in correlazione al dramma di El Alamein e far credere che quella sconfitta fosse il risultato del mancato arrivo di quel convoglio. Negli stessi articoli si sosteneva, secondo quanto ne riferisce il Comandante M.A. Bragadin nel suo noto libro "Il dramma della Marina italiana", che l'Ammiraglio Brivonesi avesse preso preventivi accordi con il nemico in ordine alla distruzione del convoglio.

Che anche le affermazioni di Mussolini espresse nella sua "Storia di un anno" rientrino in questa campagna lo si evince dal confronto con quanto scrive nel suo diario di prigionia, nell'agosto dell'anno precedente, ed in condizioni di assoluto disinteresse. In esso non compare alcun segno di difficoltà nei rapporti tra i due, e si legge di alcuni incontri avvenuti sia a due che in presenza di altri.

Con greve ironia lo stesso Mussolini attribuì all'Intelligence Service" la scelta di La Maddalena e di villa Weber quale luogo della sua prigionia.

Il messaggio mussoliniano fu raccolto e diffuso da molti autori che, nell'immediato dopo guerra, fecero largo uso del venticello della calunnia nei pamphlets e negli articoli giornalistici. Per ciò che riguarda i fatti maddalenini ne troviamo alcuni riscontri scritti negli interventi di un polemista locale di buon livello, quale fu Aldo Chirico. Medico, con la vocazione di scrittore, gerarca fascista locale e podestà, protagonista della vita politica maddalenina anche nel periodo post bellico. Ebbe notorietà per lo scambio epistolare che riuscì ad intrattenere con Mussolini nei venti giorni di sua prigionia nell'isola.

A cavallo tra la fine del 1948 e gli inizi del 1949, "La Nuova Sardegna" ospitò molti suoi scritti in occasione della polemica sollevata da un libro dell'Ammiraglio Maugeri, allora Capo di Stato Maggiore, e pubblicato negli Stati Uniti. Chirico affermava di aver saputo dalla testimonianza di moltissimi ufficiali di Marina di episodi di guerra < Nei quali solo la parola tradimento poteva giustificare l'evoluzione di strane situazioni, di strani ordini e contrordini, esiti di missioni o rotte invertite o addomesticate >.

Poi Chirico passò ad utilizzare i fatti maddalenini: < Le stesse vicende cronologiche dei bombardamenti alla Maddalena hanno, ad esempio, fatto sorgere nel grosso pubblico degli interrogativi che ancor oggi attendono risposta. Era comunque aspramente criticato il comportamento di un capo che il destino ha visto lontano dalle incursioni aeree... >.

E poco probabile che la "voce" fosse nata originariamente e spontaneamente dal "grosso pubblico", e fosse quindi "vox dei". Molto più probabilmente essa venne diffusa strumentalmente tra la gente a scopo eminentemente politico. Sta però di fatto che anche autori ideologicamente e politicamente non compromessi, o comunque non interessati, riproposero dubbi e sospetti sugli stessi episodi. Da ultimo riportiamo quelli formulati da E. Casazza, maddalenino ed allora segretario comunale di La Maddalena che visse l'attacco del 10 aprile dal Municipio, a conclusione della sua giornata di lavoro. La sua testimonianza, raccontata ne"la Nuova Sardegna" del 17 aprile 1977, introduce tutti i sospetti possibili. < Alle 14.05 apparvero da Monte Altura i bombardieri nemici, a nugoli come cavallette. Non si ebbe il segnale di preallarme ne quello di allarme. Chi scrive si trovava a quell'ora in ufficio in comune e ricevette comunicazione telefonica della moglie che gli segnalava il passaggio su Luras di aerei con direzione La Maddalena. Esortandolo a mettersi in salvo. La rete di sorveglianza della munitissima piazza-forte taceva! >. Oltre a ciò l'autore denunciava il continuo lassismo con cui, a suo dire, si permetteva la quotidiana ricognizione da parte degli aerei nemici. < quasi in fase turistica, rilevando e fotografando i dati necessari al bombardamento>.

 Ma la vera denuncia la formulava ripetutamente a proposito dell'immobilità in cui versavano tutti gli incrociatori: < Inopinatamente a barba di gatto nella stessa baia >. Senza poter considerare l'impossibilità di una pur minima capacità di interdizione aerea contro le ricognizioni da parte della nostra Aeronautica, e la gravissima insufficienza di carburante navale che annullava la mobilità delle unità navali, l'autore concludeva amaramente: < E' stato detto discutibilmente che i popoli non hanno bisogno di eroi. Aggiorniamo, parodiando, che i popoli non hanno bisogno di traditori >.

Alla Maddalena l'opinione dominante è sempre stata vicina a quella rappresentata in quest'ultimo testo. Nella popolazione più adulta, che ancora ragiona su questi episodi, e li rievoca con appassionata memoria, rimane la stessa. Si tratta, forse, più di un "sentimento" che di una vera e propria opinione ragionata. Un sentimento a fior di pelle, che non riesce ad organizzare razionalmente neppure alcuni elementi certi di analisi.

Se la "sensazione" può essere giustificata per i commenti e l'opinione dei testimoni contemporanei e diretti, che sono compartecipi anche di quella "sensazione", non è invece accettabile nelle ricostruzioni storiografiche a distanza di 50 anni, cui è obbligatorio pretendere rigore di riscontro documentario, se la si propone come propria tesi. Non poca meraviglia ha destato, infatti che in una revocazione sui fatti di sangue accaduti a La Maddalena l'8settembre 1943 - recentemente pubblicata - si proponga la presunta responsabilità dell'Ammiraglio Bruno Brivonesi sul bombardamento del 10 aprile dello stesso anno.

A tale proposito si scrive che le "fortezze volanti" statunitensi, che diventano stranamente anglo-americane, avrebbero colpito i bersagli perché ben segnalati da una spia del posto. Subito dopo le "fortezze" diventano, in questo stesso racconto, tout court inglesi e colpiscono con millimetrica precisione quando proprio il Comandante di Marisardegna era assente.

La mancanza di documentazione probante l'assenza del personaggio o la non casualità della stessa, viene colmata con una insinuazione sibillina quanto calunniosa: Brivonesi era sposto ad una inglese (e questo lo sapeva già lo stesso Mussolini come abbiamo visto in precedenza), ed era anche cognato di un Comandante della Royal Air Force britannica. Ergo!. C'è il tanto di "sparare", giornalisticamente la notizia.

Secondo questa visione, però, un capo traditore avrebbe potuto rendere possibile da solo in quanto aveva bisogno di una vastissima rete di complicità. Oppure avrebbe dovuto concordare con i suoi colleghi dell'Aeronautica in Sardegna di lasciare indisturbate le ricognizioni degli Alleati sull'arcipelago, bloccando le elevate capacità operative della nostra caccia che purtroppo invece non c'erano. Avrebbe dovuto altresì determinare, con la complicità di moltissimi ufficiali dell'Esercito, la cecità e la sordità di tutto il sistema di avvistamento, ammesso e non concesso che fosse adeguato e non soffrisse delle pesanti lacune tecniche di cui in realtà soffriva. Avrebbe dovuto infine, con la correità del Comando della III Divisione e dei Comandanti delle due unità, bloccare i due incrociatori nei recinti retali perché fossero facile bersaglio, benché la nafta scorresse a fiumi, mentre invece erano pressoché a secco sia i serbatoi a bordo che i depositi a terra.

Seppur è vero che non tutti e non molti furono eroi, e ancor più vero che non tutti furono traditori, e neppure molti. Certamente nessuno aveva operato tradimenti in occasione dei fatti narrati. La ricostruzione storiografica dell'attacco del 10 aprile, letta nel contesto più ampio in cui quell'attacco era inserito, intrecciato ai vari problemi che travagliavano quel grave momento di vita nazionale, e documentato con i materiali archivistici, ha voluto integrare la memoria individuale e collettiva di elementi d'informazione e d'analisi più oggettivi.

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