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di Giulia D'Angelo

Le riserve marine istituite sono sedici, ma solo sulla carta. E prima di crearne altre, come quella di Portofino, il ministro Ronchi dovrebbe far funzionare quelle già esistenti

La protesta degli abitanti e di coloro che operano a Portofino ha spinto finalmente i media ad occuparsi del mare e delle riserve marine, argomenti da sempre relegati nelle riviste del settore nautico. Nel corteo del 29 agosto per le strade della prestigiosa località turistica non c'erano soltanto commercianti, imprenditori o proprietari di terreni, ma anche i subacquei che da sempre rispettano e amano il mare. Tutti uniti nel contestare il ministro dell'ambiente Edo Ronchi che da quando si è insediato ha istituito, senza controllare lo stato attuale della situazione, una decina di Aree Marine Protette, tra cui il Golfo di Portofino. La conseguenza di questa decisione è il divieto di tutte le attività, compresa l'immersione del singolo sub, che non sono compatibili con l'ambiente.

Il Golfo di Portofino fa parte delle prime venti riserve marine indicate nel dicembre del 1982 dalla legge 979, ma già allora il suo mare non brillava per pulizia. Oggi l'inquinamento nelle zone dove è scarsa la corrente persiste, malgrado ci sia stato un aumento della fauna marina. Colpa dei subacquei che compiono circa 130.000 immersioni l'anno o dei comuni di Rapallo, Portofino, Camogli e Santa Margherita Ligure che sono tuttora sprovvisti di depuratori?

Fuga in Francia

Le 8.300 imbarcazioni disseminate nei vari porti turistici di questo tratto della Liguria offrono lavoro a 1.250 famiglie di ormeggiatori e accompagnatori subacquei. Anche i 40 "diving" che operano nelle acque del golfo contribuiscono ad aumentare i posti di lavoro. Sono proprio i centri di immersione che, senza chiedere sovvenzioni a nessuno, hanno insegnato, soprattutto per passione, l'attività subacquea ad un grande numero di giovani, uomini e donne. Si deve a loro se è cambiato negli anni l'atteggiamento del subacqueo, che si immerge ormai sempre meno per cacciare e più per osservare e fotografare. Anzi sarebbe utile affidare proprio ai "diving" il controllo delle aree marine protette per evitare che i sub danneggino i fondali. In tal modo tutti coloro che sono provvisti di brevetto potrebbero immergersi tranquillamente anche da soli.

Dovremmo insomma preoccuparci di non far fuggire le imbarcazioni dei turisti nella vicina Francia, dove esistono numerose "marine" meno costose e con più servizi e dove, nei parchi marini esistenti da molti anni, è possibile arrivare in barca. Come nella riserva marina di Port Cross, dove si possono effettuare immersioni e fruire del mare senza problemi di divieti. Credo che il ministro dell'ambiente non si sia ancora reso conto di quanto sia inutile istituire altre Aree Marine Protette solo sulla carta quando in realtà sono solo due quelle attualmente funzionanti (Ustica e Miramare). Anche se è comprensibile la volontà di rendere operative leggi risalenti al 1982 e non ancora attuate, sarebbe preferibile investire fondi sufficienti per far funzionare quelle già esistenti prima di istituirne altre.

Proteste d'arcipelago

La protesta sale anche all'Arcipelago della Maddalena, che il D.p.r. del 17/5/1996 con decorrenza gennaio '97 ha istituito come parco nazionale. I comuni limitrofi che ospitano i turisti che regolarmente visitano le isole dell'Arcipelago stanno raccogliendo firme, non perché siano contrari alla riserva marina, ma perché credono che si possa fare meglio senza danneggiare la natura, salvaguardando posti di lavoro e anzi creandone di nuovi. Il gruppo consiliare "Maddalena 2001" da cinque anni si sta battendo per la modifica delle leggi 349/91 e 10/94 che, afferma, ha strappato ai consigli comunali il potere di pianificazione e programmazione territoriale.

Il Gruppo ha depositato una richiesta di referendum che si dovrebbe tenere a novembre per conoscere il parere, mai richiesto, dei residenti. Anche in questo caso non si è tenuto conto che esiste a Caprera la più prestigiosa scuola di vela del Mediterraneo, seconda nel mondo solo a quella francese Glenans. Tutti si domandano come sia possibile preservare il mare impedendo la balneazione e la navigazione a vela e a remi, senza poi "sfrattare" la base dei sommergibili atomici americani, in continuo movimento da e per l'isola di Santo Stefano, in pieno parco.

Questa contraddizione così eclatante, come anche quella di lasciar sbancare completamente una piccola cala (Cala Casotto) a Palau per lasciare il posto a una grossa costruzione in cemento a non più di cinque o sei metri dalla battigia, è difficile da far digerire a chi vorrebbe passare le vacanze navigando o immergendosi nelle Bocche. Anche qui è facile il confronto con la vicinissima isola di Lavezzi, da anni riserva marina controllata.

A Lavezzi infatti ci sono le boe per permettere gli ormeggi alle imbarcazioni e quando sono tutte occupate, come un qualsiasi parcheggio, i vigilanti fanno capire che si deve tornare in un altro momento. Sott'acqua poi è possibile andare da soli e si possono carezzare e avvicinare oltre cento cernie, ormai di casa. Certo, se controllati (e i controlli sono frequenti), i subacquei che portano via qualcosa dal mare non solo subiscono multe altissime ma anche il sequestro dell'imbarcazione e dell'attrezzatura. Perché non agire così anche nel nostro paese?

Non è questo il turismo sostenibile che vorremmo per le nostre riserve marine, soprattutto nelle isole minori e nel sud?

Una tutela attiva

Per dirla con le parole del sindaco e presidente della riserva marina di Ustica, Attilio Licciardi, "con il lancio operativo della riserva, Ustica ha aumentato il numero delle presenze turistiche che sono inoltre migliorate come qualità: dobbiamo preoccuparci perché ciò può consumare un bene naturalistico di elevatissimo pregio oppure considerarlo un frutto virtuoso della tutela ambientale?".

Le riserve naturali, secondo Licciardi, "sono il punto critico ove occorre gestire, ove occorre governare il passaggio necessario da un'idea di pura conservazione e mummificazione a un'idea di tutela attiva: le riserve naturali insomma come risorse economiche al servizio di uno sviluppo compatibile".

Consenso locale

E' quindi fondamentale la gestione delle aree protette e non è però pensabile la utilizzazione di un unico modello in tutte le situazioni. E' necessario che la gestione democratica e partecipata del territorio non si fermi sulla riva del mare, ma vada oltre la battigia. Non ci possono essere riserve di mare e di terra senza il consenso locale.

Questo consenso è stato faticosamente raggiunto, sempre in Sicilia, per la riserva marina delle isole Egadi, in provincia di Trapani, istituita fin dal 1986, ma priva di Ente Gestore e non ancora funzionante. Ebbene, sull'isola maggiore (Favignana) di questo arcipelago ancora incontaminato, si vorrebbe costruire, con il consenso di un sindaco (Ds) ex direttore di carcere, un nuovo carcere di massima sicurezza, nel centro dell'isola. Tanto che sono stati già stanziati dal Ministero di Grazia e Giustizia (e si trovano nelle voci della Finanziaria) la bellezza di 94 miliardi contro i 5 stanziati per investimenti in tutte le aree marine protette.

Oltre la metà della popolazione dell'isola, che vive sul turismo, ma anche e solo per ragioni di etica e di razionalizzazione delle spese, sta organizzando una protesta con lo slogan "Si alla riserva marina, No al carcere". E' bene ricordare che sempre il Ministero di Grazia e Giustizia ha continuato a costruire strutture inutili sulle isole di Asinara e Pianosa, per un totale di 60 miliardi.

Strutture terminate nel 1997, quando dal 1996 si sapeva che l'attività penitenziaria sarebbe terminata.

Mentre in alcune zone d'Italia si protesta o si è protestato per l'istituzione di una riserva marina, ci sono altre che invece ne propongono di nuove. E' il caso di Caorle, dove un gruppo di subacquei, con la collaborazione della soprintendenza dei beni ambientali del Veneto e del Comune, ha varato l'iniziativa del Parco marino archeologico che dovrebbe sorgere tra Porto Baseleghe e Porto Falconere a protezione di anfore, basamenti di abitazioni, pozzi e di un antico porto. Anche a San Benedetto del Tronto ha preso consistenza il Parco marino del Piceno, che coinvolge 12 comuni in Abruzzo e nelle Marche. I promotori pensano che nell'idea di parco debbano rientrare non solo la pesca e l'acquacoltura, ma anche i recuperi dei centri storici con tipicità marinare.

Associazione Culturale il Mare: Tel. 06/361255 - Fax 06/3612091 - Email: ilmare@ilmare.com

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