Ritratto psicologico di Parrinieddu

Calogero di Bella, detto Parrinieddu, era un informatore, un confidente, una spia doppigiochista e, per tale motivo, doppiamente pericoloso. Infatti fu lui a fare il nome di Saro PIZZUCO (l'assassino)  ai carabinieri. Fu un ladro di pecore nell'immediato dopoguerra, per diventare poi l'esattore di alcuni usurai: il fatto che fosse stato in galera con i deboli era il suo punto di forza e su questa nomea  si basava la sua abilità nel riscuotere. L'unico indizio psicologico che ci dà l'autore sta nella sua reazione durante l'interrogatorio con il capitano e, più in generale, l'aspetto dominate del suo carattere: la paura...

Tratto integralmente dal libro "Il Giorno della Civetta" di Leonardo SCIASCIA - Edizioni Corriere della Sera - 1994

....fin dal momento che aveva saputo della morte di Colasberna, il confidente aveva disegnato la sua menzogna : ad ogni dettaglio che aggiungeva, ad ogni ritocco, come un pittore che si allontana dal quadro per giudicare l’effetto di una pennellata, diceva «perfetto: non manca più niente» ma di nuovo si avvicinava a ritoccare e ad aggiungere; e mentre al capitano raccontava, ancora, febbrilmente, ritoccava e aggiungeva. Ma il capitano sapeva, da tutto un fascicolo relativo a Calogero Dibella detto Parrinieddu, confidente, che l’uomo, tra le due cosche di mafia del paese era vicino, se non dentro, a quella che aveva addentellati certi anche se non provabili, con i lavori pubblici; mentre l’altra cosca, più giovane e spericolata, aveva a che fare, essendo S. un paese di mare, col contrabbando delle sigarette americane. Prevedeva perciò la menzogna del confidente: ma era comunque utile osservarne, nella menzogna, le reazioni.
Ascoltava senza interromperlo, e più lo metteva in disagio di tanto in tanto distrattamente annuendo. E intanto pensava a quei confidenti che erano rimasti, sotto uno strato leggero di terra e di foglie secche, nelle rughe dell’Appennino; miserabili uomini, fango di paura e di vizio: e pure giocavano la loro partita di morte, sul filo della menzogna tra partigiani e fascisti e giocava illudendosi di avere così privilegio di impunità nel mestiere che faceva; un mestiere che, in confronto a quello di rubare a mano armata, considerava onesto e giudizioso, da padre di famiglia. L’aver rubato al passo diceva errore di gioventù: ché senza una lira di capitale, scorrendogli tra le mani il denaro degli altri, riusciva ora a campare tre figli e la moglie: e denaro metteva da parte per impiegarlo domani in un piccolo commercio, mettersi dietro un banco di bottega a misurare tessuti era il sogno di tutta la sua vita. Ma a quell’ errore di gioventù, al fatto di essere stato in galera, era legato il facile e lucroso mestiere che faceva: perché coloro che gli affidavano il denaro, insospettabili galantuomini che amavano l’ordine sociale e le messe cantate, contavano sul suo prestigio affinché i debitori non sgarrassero nella puntualità dei pagamenti e nel segreto da mantenere. E infatti, per il timore che il mediatore sapeva incutere («ho lasciato la giacca all’Ucciardone» soleva dire per celia o per minaccia: e dunque ammazzando qualcuno sarebbe tornato a prenderla; ma in verità il pensiero del carcere gli dava sudore di morte), i debitori pagavano il cento per cento di usura, e alle scadenze; e le rare dilazioni venivano concesse con un criterio di progressione che, per fare un esempio, di uno che col prestito ricevuto avesse comprato un mulo, necessario per la salma di terra che possedeva, in capo a due anni il creditore si prendeva il mulo e la salma di terra.
Non fosse stato per la paura, il confidente si sarebbe ritenuto felice e, nell’anima e negli averi, galantuomo. La paura gli stava dentro come un cane arrabbiato: guaiva, ansava, sbavava, improvvisamente urlava nel suo sonno; e mordeva, dentro mordeva, nel fegato nel cuore. Di quei morsi al fegato che continuamente bruciavano e dell’improvviso doloroso guizzo del cuore, come di un coniglio vivo in bocca al cane, i medici gli avevano fatto diagnosi, e medicine gli avevano dato da riempire tutto il piano del comò: ma non sapevano niente, i medici, della sua paura.
Stava davanti al capitano, girando nervosamente tra le mani il berretto, seduto un po’ dilato per non guardarlo in faccia; e intanto il cane mordeva, ringhiava e mordeva. La serata era gelida, nell’ufficio del capitano una stufetta elettrica dava una così tenue ala di calore da far sentire più gelido lo spazio della grande stanza, quasi vuota di mobili e pavimentata di quelle antiche mattonelle valenziane (e se gli avessero che era questa
l'agonia in cui, per la loro stessa viltà, si dibattevano; per la paura di morire ogni giorno affrontavano la morte: e infine la morte scoccava, finalmente la morte, ultima, definitiva, unica morte, non più il doppio giuoco, la doppia morte di ogni ora.
Il confidente di S. rischiava la vita: una cosa o l’altra, con un colpo doppio a lupara o con una falciata di mitra (anche nell’uso delle armi le due cosche facevano differenza), un giorno lo avrebbe liquidato. 
Ma tra mafia e carabinieri, le due parti tra cui muoveva il suo azzardo, la morte poteva venirgli da una sola parte. Da questa parte non c’era la morte, c’era quest’uomo biondo e ben rasato, elegante nella divisa; quest’uomo che parlava mangiandosi le esse, che non alzava la voce e non gli faceva pesare disprezzo: e pure era la legge, quanto la morte paurosa; non, per il confidente, la legge che nasce dalla ragione ed è ragione, ma la legge di un uomo, che nasce dai pensieri e dagli umori di quest’uomo, dal graffio che si può fare sbarbandosi o dal buon caffè che ha bevuto, l’assoluta irrazionalità della legge, ad ogni momento creata da colui che comanda, dalla guardia municipale o dal maresciallo, dal questore o dal giudice; da chi ha la forza, insomma. Che la legge fosse immutabilmente scritta ed uguale per tutti, il confidente non aveva mai creduto, né poteva: tra i ricchi e i poveri, tra i sapienti e gli ignoranti. c’erano gli uomini della legge; e potevano, questi uomini, allungare da una parte sola il braccio dell’arbitrio, l’altra parte dovevano proteggere e difendere. Un filo spinato, un muro. E l’uomo che aveva cava soltanto una breccia nel muro, uno slargo nel filo spinato. Presto avrebbe avuto in mano un piccolo capitale e aperto negozio; e il figlio più grande teneva in seminario, ché si facesse prete o ne uscisse prima di prendere gli Ordini per diventare, meglio che prete, avvocato. Varcato il muro, non poteva più far paura la legge: e bello sarebbe stato guardare quelli rimasti di là del muro, del filo spinato. Così, lacerato dalla paura, a vagheggiare la sua pace futura, fondata sulla miseria e l’ingiustizia, un po’ si consolava: e il piombo della sua morte intanto colava.
Ma il capitano Bellodi, emiliano di Parma, per tradizione familiare repubblicano, e per convinzione, faceva quello che in antico si diceva il mestiere delle armi, e in un corpo di polizia, con la fede di un uomo che ha partecipato a una rivoluzione e dalla rivoluzione ha visto sorgere la legge: e questa legge che assicurava libertà e giustizia, la legge della Repubblica, serviva e faceva rispettare. E se ancora portava la divisa, per fortuite circostanze indossata, se non aveva lasciato il servizio per affrontare la professione di avvocato cui era destinato, era perché il mestiere di servire la legge della Repubblica, e di farla rispettare, diventava ogni giorno più difficile. Sarebbe rimasto smarrito, il confidente a sapere di avere di fronte un uomo, carabiniere e per giunta ufficiale, che l’autorità di cui era investito il confidente lo vedeva felice, la felicità della forza e del sopruso, tanto più intensa quanto più grande la misura di sofferenza che ad altri uomini si può imporre.
Parrinieddu svolgeva il suo disegno di menzogna come il venditore sul banco del negozio i tocchi di cotonina alle donne di campagna: il soprannome, che voleva dire piccolo prete, gli veniva dall'eloquio facile e dall’ipocrisia che trasudava; ma la sua abilità si incrinava di fronte al silenzio dell’ufficiale, le parole gli venivano fuori venate di pianto o stridule: e il disegno che svolgeva si faceva incoerente, incredibile.
«Lei non crede» domandò a un certo punto il capitano, tranquillamente, con tono di amichevole confidenza «lei non crede che sia più utile cercare altre connessioni?» (dalla glottide emiliana, per le due esse, la parola restò sospesa e baluginante: e per un momento distrasse gli spasmi del confidente).
tenerseli buoni. Ma con uno che ti parla con gentilezza, con confidenza, le cose si mettono in altro verso. Perciò, alla domanda del capitano, con un movimento disarticolato delle mani e della testa, fece che sì, era possibile.
«E lei» continuò il capitano senza mutar tono «non sa di qualcuno che è interessato a queste cose? Non dico di quelli che ci lavorano: di quelli che non ci lavorano, voglio dire, e sono interessati ad aiutare, a proteggere... A me basterebbe sapere il nome di chi, qualche mese addietro, ha fatto certe proposte a Colasberna:
proposte, intendiamoci, solo proposte...».
«lo non so niente» disse il confidente: e dalla gentilezza del capitano sollecitata, la sua vocazione di spia si alzò come allodola, trillò alta la gioia di regalare sofferenza «non so niente: ma tirando a indovinare allo scuro, posso dire che le proposte le avrà fatte Ciccio La Rosa, o Saro Pizzuco...» e già quel verticale volo di gioia diventava caduta, pietra che precipitava ai centro del suo essere, della sua
paura...

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