La pesca del corallo
di
Augusto Zedda ( tratto dal sito www.cronacheisolane.it
)
I pastori corsi non furono i soli frequentatori
dell'Arcipelago nei secoli XVI e XVII: sempre più le sue acque venivano
visitate dalle indomite "coralline", barche non grandi, attrezzate con
rudimentali strumenti, gli ingenia, con i quali i fondali marini venivano
come rastrella ti alla ricerca del prezioso corallo.
Tre furono le ragioni per cui il corallo, ricercato fin
dalla più remota antichità, salì in questi secoli a quotazioni sempre più
elevate: la prima consiste nel potere magico che gli veniva attribuito, grazie
al quale la sua fortuna quanto più i popoli cedevano alla superstizione; e
quindi si faceva largo commercio di amuleti e talismani in corallo. La seconda
è una proiezione della precedente, e cioè l'uso sempre più ampio della
polvere di corallo nella farmacopea dell'epoca, specialmente per i malanni
gastro-intestinali. La terza ragione è da ricercarsi nell'uso massiccio che
questo misterioso minerale-animale si faceva nell'arte orafa e nell'artigianato:
collane, diademi, anelli, oggetti religiosi d'ogni tipo e perfino cornici di
quadri, intarsi nei mobili, lampadari e via dicendo. Nel XVI secolo si formarono
famosi centri di lavorazione del corallo, tra i quali i principali erano quelli
di Trapani e di Torre Del Greco, la cui produzione era ambita in tutto il mondo.
Si costruirono di conseguenza flottiglie di barche e generazioni di valentissimi
corallari specialmente in Provenza, Liguria, Toscana e nel napoletano.
I governanti videro nel corallo una fonte preziosa di
finanziamento delle loro infinite guerre: perciò i Re di Spagna puntavano
principalmente sugli introiti delle concessioni di pesca; altri stati, come
Genova, Firenze, Venezia, sulle tasse che gravavano sul prezzo del prodotto.
Va detto infine che il Corallium nobile di Linneo,
l'unico che si presti alla lavorazione artigiana, cresce quasi esclusivamente
nel Mediterraneo e che quindi esso ne rappresenta una delle risorse più ricche.
Secondo due documenti datati 24 luglio 1600 e 28 agosto
1601, Le acque dell'Arcipelago di La Maddalena erano concesse a pescatori
provenzali e liguri, per la pesca del corallo, in cambio di una tangente del 10%
alla corona spagnola.
Nel corso del XVII secolo, a questi si aggiunsero barche di
toscani, di ponzesi e di Napoletani di Torre del Greco.
Da un rapporto del XVIII secolo, redatto dal luogotenente
d'Artiglieria Theseo, risulta che i banchi più frequentati a quel tempo
distavano circa 10 miglia da Punta Galera di Caprera e si stendevano fino in
prossimità dell'Isola di Tavolara, presso Olbia.
Questi uomini si stabilivano, limitatamente alla stagione di
pesca, in barche di legno lungo la marina di Maddalena (attuale Cala Gavetta) e
costituivano così un secondo polo abitato sulla riva del mare, distinto da
quello dei pastori corsi che si erano stabiliti per sicurezza, tra i graniti del
Colle Piano.
Non pare che in quest'epoca corressero rapporti tra le due
comunità, vuoi per il carattere chiuso dei pastori, vuoi per, lo sfibrante
lavoro dei pescatori che durava dall'alba al tramonto. Se un rapporto ci fu,
dovette riguardare le forniture di prodotti commestibili (pane, latte,
formaggi), e di alcolici di contrabbando da parte dei pastori ai pescatori.
Anche lo stile delle dimore differiva profondamente.