PRIMO LONGOBARDO
Medaglia
d'oro al valor militare
A
cura di Augusto Zedda
Tra
le figure di eroi che La Maddalena vanta, fra i suoi figli, quella di Primo
Longobardo è certamente una delle più fulgide.
La
sua è la storia di un uomo nato sul mare e strettamente legato ad esso fino
alla fatale conclusione avvenuta sotto le stelle dei Tropici in quella notte
del 14 luglio 1942 in cui fu scritta una delle più belle pagine della storia
della nostra Marina. Molti vecchi maddalenini, ormai quasi tutti scomparsi, lo
ricordavano negli anni della Cina, quando era imbarcato sul Caboto, o a Pola,
durante il suo incarico a terra al comando della scuola sommergibili. Un uomo
alto, imponente, dalla voce tonante che riusciva a trascinare gli uomini nel
suo entusiasmo verso il mare; un gigante buono, la cui figura ispirava nei
marinai ammirazione, simpatia e rispetto.
Longobardo
nacque a La Maddalena il 19 ottobre 1901, da Vincenzo ed Ersilia Culiolo;
entrato in Marina giovanissimo, dopo gli anni di accademia e gli imbarchi
prima sul Vespucci e poi sul Da Recco, nel 1929 fu destinato a Tienstin sul
Caboto quale vice comandante del battaglione italiano in Cina. Fu qui che tra
gli uomini dei contingenti internazionali che mantenevano la pace in Cina,
conobbe l’ufficiale inglese J. S. Dalison col quale strinse rapporti di
fraterna amicizia; questi, fatalmente, sarebbe stato poi il nemico della sua
ultima battaglia. Ma la grande passione di Longobardo furono i mezzi subaquei;
imbarcato su i F.lli Bandiera, nel 1936 passò poi sul Galileo, di seguito sul
Calvi, sull’Otaria, il Dessiè, l’Alagi e l’Adua, poi sul Bragadin,
l’Ametista, il Capponi, il Mameli, il Toti ed infine sullo Jalea. La sua
conoscenza dei diversi tipi di sommergibile era completa e l’esperienza
acquisita nei lunghi anni di navigazione sui mezzi subacquei avevano fatto di
lui un vero comandante; non c’era sommergibilista che non lo conoscesse e
che non sentisse il suo carisma.
Nel
1941, ormai quarantenne, fu destinato alla scuola sommergibili di Pola,
incarico di grande prestigio, ma pur sempre un incarico a terra. Era iniziata
la guerra e i nostri mezzi subacquei erano già in piena attività in
Atlantico; in Italia, sia pur gonfiate dalla propaganda, arrivavano le notizie
di imprese eroiche che acuivano la sua insofferenza. Il suo comando a terra,
oltre a farlo sentire tagliato fuori dalla vita sul mare, gli dava il
rimpianto di non poter dare alla Patria tutto se stesso e non si dette pace
fintanto che non riuscì, malgrado l’età’, ad avere un imbarco. “In
Atlantico c’è gloria per tutti”, diceva, ed ottenuto il comando del
Torelli diede subito prova delle sue capacità sperimentando una nuova ardita
tattica di attacco in superficie con la quale coglieva il nemico di sorpresa
infliggendo gravi perdite ai mezzi di scorta ed ai convogli. Nel giro di poco
tempo aveva già affondato quattro navi, ma ben presto l’esigenza di
impiegare nei comandi di unità subacquee giovani ufficiali e la necessità di
avere ai vertici uomini di grande esperienza determinò il suo richiamo a Roma
alle dirette dipendenze del comandante in capo della squadra sommergibili.
Cominciò
per lui un’altro periodo di insofferenze; la sua vita era sul mare ed era lì
che lui voleva a tutti i costi tornare. Pochi pensavano che potesse riuscirci
poiché i giovani ufficiali erano certamente più idonei a sostenere il
notevole impegno fisico necessario per il comando di un sommergibile in
attività di guerra. Infine l’ebbe vinta; in un momento in cui si era a
corto di ufficiali la sua domanda fu accettata. Raggiunta la base di Betasom a
Bordeaux gli fu affidato il comando del Calvi col quale si diresse in
Atlantico per intercettare un convoglio inglese scortato da cinque corvette.
Sognava
di ritornare da quella missione con molte bandierine azzurre e rosse issate
sulla cima del periscopio. Le rosse indicavano l’affondamento di navi da
carico, le azzurre più rare ma più gloriose, la distruzione di navi da
guerra. La palma, come scrive Luigi Rinaldi era “... fino a quel momento
tenuta dal capitano Carlo Fecia di Cossato, soprannominato <L’affondatore>,
insonne ed implacabile comandante del gloriosissimo Tazzoli”.
Avvistato
il convoglio nemico fra Madera e le Azzorre, Longobardo fu subito intercettato
dalla silurante britannica “”Lulworth”
che costrinse il Calvi, ormai scoperto, ad una rapida immersione; ma la
“Lulworth”, dotata di moderni mezzi tecnologici per l’individuazione
delle unità in immersione, diresse contro il nostro sommergibile due salve di
bombe di profondità che causarono danni irreparabili.
Longobardo,
deciso a non morire sul fondo senza aver dato battaglia ordinò immediatamente
l’emersione; il suo mezzo, malgrado le grandi avarie, era uno dei più bei
sommergibili italiani armato di due cannoni da 120, quattro mitragliatrici e
otto tubi di lancio.
Non
appena emersa l’unità nemica lo fece subito segno al tiro della sua
artiglieria mentre i bengala e i riflettori illuminavano il mare rendendo vano
ogni tentativo di sfuggire all’attacco.
Più
volte la nave britannica tentò lo speronamento, ma Longobardo, perfettamente
padrone del suo mezzo, riuscì ogni volta a manovrare e ad evitare il
contatto.
Mentre
il tiro della nave nemica falciava gli uomini che si alternavano ai pezzi,
Longobardo fece un ultimo tentativo con il lancio di due siluri che la
“Lulwort” riuscì ad evitare.
Vistosi perduto, ordinò che il sommergibile fosse predisposto per l’auto
affondamento e subito dopo cadde anch’egli colpito da una raffica. Il suo
ufficiale di rotta, Capitano Aristide Russo, che aveva assunto il comando,
accortosi dell’avvicinarsi di un battello nemico messo in mare con
l’evidente intenzione di catturare l’unità ormai priva di equipaggio,
aiutato nell’operazione dal secondo capo silurista Pietro Bini, né accellerò
l’autoaffondamento ordinando agli uomini l’abbandono della nave. La
scialuppa inglese riuscì tuttavia ad abbordare la nostra unità e il tenente
di vascello North, già salito a Bordo nell’estremo tentativo di salvarla
scomparve con esse.
Mentre
il Calvi scendeva negli abissi ed il battello inglese si apprestava a
raccogliere i superstiti apparve sulla scena dello scontro il sommergibile
tedesco U130. La “Lulwort” , dopo aver evitato un siluro, si lanciò
all’inseguimento dell’unità nemica abbandonando così i naufraghi e la
scialuppa sulla quale stavano per essere raccolti. Fallito l’inseguimento,
la “lulwort” , fece ritorno dopo quattro ore per riprendere i suoi uomini
e raccogliere i naufraghi del Calvi. La notizia era frattanto rimbalzata via
radio sull’unità capo flottiglia “Londonderry” sulla quale vennero poi
trasbordati i superstiti. I nostri marinai, subito interrogati, dichiararono
il nome della loro unità e quello del suo comandante; furono trattati con
estrema cortesia dal comandante della “Lulwort”, che appariva
profondamente turbato; egli offrì agli uomini da fumare aprendo un
portasigarette d’argento all’interno del quale era inciso “Con fraterna
amicizia Primo Longobardo”.
Si
trattava dell’ufficiale inglese J.S. Dalison che tanti anni prima, nella
lontana Cina, aveva ricevuto in dono da Longobardo quel prezioso
portasigarette. Avuta conferma dell’espressione quasi incredula dei marinai
italiani, che alla vista di quel portasigarette erano impalliditi, di aver
combattuto quella battaglia contro il suo amico di un tempo, ripose il
portasigarette e voltò lentamente le spalle ai nostri uomini per nascondere
loro i suoi occhi lucidi di pianto.
L’epilogo
fatale della storia di questi due
nobili uomini di mare, amici in pace e nemici in guerra, avrà la sua
conclusione in Canada, nel 1949, nei pressi di Renfrew.
Il
comandante Dalison portava ancora con se, quasi come un talismano, il dono di
Longobardo, un oggetto dal quale non aveva mai voluto separarsi ed al quale
erano legati i suoi più cari ricordi. Durante una partita di pesca il
prezioso portasigarette gli sfuggi di mano e scomparve nelle acque limacciose
del lago. Dalison rimase profondamente scosso da quella perdita, con il volto
teso lasciò i compagni di pesca e ripartì alla guida della sua automobile.
Fu ritrovato qualche ora dopo con l’auto schiantata contro un albero.
Scrive
l’ammiraglio Blaslini sull’episodio “Dalison è morto sul colpo al
momento dell’impatto. L’amico che l’aveva visto l’ultima volta da
vivo, lì accanto al lago, notò che ora, dopo la morte, il suo volto appariva
rassegnato e disteso. Quasi avesse finalmente ritrovato qualcuno o qualcosa
che aveva cercato per molto tempo.