Gli scalpellini di Cava Francese

 

di Augusto Zedda

VITA DELLA CAVA

Troviamo le prime notizie relative a Cava Francese in un libretto di memorie di un turista ottocentesco. Pietro di San Saturnino che venuto a La Maddalena nel 1874 per le “bagnate estive”, annotava tutto ciò che di interessante l’isola gli proponeva. “La Cava”, dice di San Saturnino, "di proprietà di Leonardo Borgona (in realtà Bargone), è concessa non so a quali condizioni alla Banca Italiana di Costruzioni per lo spazio di trenta anni. Essa è presieduta dal Sig. Argenti e amministrata dal Sig. Francesco Susini di Giuseppe… . Io vidi la lavorazione del granito e massi enormi preparati ad essere trasportati in Genova. Le navi approdano facilmente presso il luogo dei lavori, ma per rendere ancor più agevoli le imbarcazioni del granito, l’amministrazione intende slargare ed approfondire il seno di mare all’approdo. Il fabbricato che visitai ad uso dei lavoranti è immenso e potrebbe contenere qualche centinaio di persone. La casa riservata agli amministratori e direttori offre molti vantaggi ed e ben mobiliata ed arredata”.

Ma poche persone vi lavoravano allora, forse perché le sorti della banca erano in declino e le forniture, importanti ma non numerose, destinate tutte a Genova, non consentivano uno sviluppo consistente dell’attività.

Fu l’ingegnere inglese Giorgio Bertlin, di provenienza maltese, a subentrare alla Banca riuscendo ad affermare le qualità del granito di Cava Francese con forniture in varie città d’Italia (Roma, Napoli, Taranto): dopo il 1887, grazie all’istituzione della piazzaforte marittima alla Maddalena. Egli avviò un cospicuo rapporto  col Genio Militare Marittimo per forniture di granito lavorato destinato alle opere di difesa dell’estuario.

Questa fu l’epoca della prima immigrazione massiccia di scalpellini, muratori, fabbri, provenienti dalla Toscana, dall’Emilia, dal Piemonte e dalla Lombardia: degli operai che siamo riusciti ad identificare ben 36 provenienti da queste regioni erano presenti a La Maddalena prima del 1900 e poiché le notizie relative a quell’epoca sono lacunose, si può ben capire l’importanza del dato.

Tale primo nucleo di continentali divenne un polo di riferimento per gli operai isolani e per quelli che venivano, sempre più numerosi, dalla Sardegna dopo il 1900. E fra quelli che bisogna cercare i maestri, i veri iniziatori dell’attività della cava.

Oltre alle numerose strutture militari Bertlin eseguì per l’Amministrazione Civile, la pavimentazione e il cisternone  di piazza di Chiesa.

A tre anni dalla sua morte, avvenuta nel 1895 subentrò nell’esercizio la ditta f.lli Marcenaro (Plinio, Osvaldo, Adriano, Edoardo) e Grondona (Attilio). Quest’ultimo possedeva già delle cave ad Acquasanta di Piemonte, e non si sarebbe forse trasferito in una regione sconosciuta se non avesse avuto con la Banca di Costruzioni di Genova un cospicuo credito che rischiava di perdere, data la traballante situazione dell’Istituto. Accetto quindi, in cambio del denaro dovutogli, l’impresa di Cala Francese.

La ditta iniziò la sua attività con buoni risultati, tanto che,nel 1901, poté costituire in Genova la SOCIETA’ GRANITI SARDI e dopo qualche anno, acquistare per 35.000 lire il terreno delle cave dai proprietari Bargone e Susini, dando l’avvio ad un processo di sviluppo durato ininterrottamente fino agli anni trenta.

Diretto responsabile dell’organizzazione del lavoro a La Maddalena era il sig. Attilio Grondona (coadiuvato dall’ingegner De Negri), competente dal punto di vista tecnico, esigente ma corretto con il personale, preciso nei pagamenti e nel versamento dei contributi assicurativi (ciò che non sempre avveniva in altre imprese del genere).

La prima grande realizzazione di quest’epoca fu il bacino di carenaggio di Malta (1905), commissionato dalla ditta Pearson and son di Londra per la Marina Inglese , al quale seguirono quello di Venezia (1912-1916) e quello di Taranto (1911-1916) per il genio militare marittimo, il porto di Alessandria d’Egitto, quello di Tripoli Italiana, di Port Said, di Genova.

Migliaia di tacchi lavorati per pavimentazione stradale furono inviati a Genova, Napoli, Roma; pezzi speciali per ponti, banchine, edifici, furono approntati per varie città d’Italia. Ma il granito di Cava Francese fu adoperato felicemente anche per i monumenti commemorativi come la Colonna Garibaldi di La Maddalena (1907); il monumento a D. Guzmao a Santos (Brasile), realizzato dall’architetto Mazza di Genova(1920-25); i monumenti ai caduti di Castelletto e di Arquata Scrivia; la tomba di Clelia Garibaldi e della cavalla Marsala ed infine il grandioso monumento eretto ad Ismailia (Egitto) per ricordare la difesa del Canale di Suez, progettato, nelle varie fasi, dagli architetti Roux-Spitz (1925-26) e Delamarre (1929), composto da due grandi piloni poggiati su tre basi sovrapposte (altezza totale 50 mt. lunghezza 240 mt.) e da due figure alte 9 mt. Simboli della “force mise au service de la civilisation”. Tre scultori, Guerin, Santelli e Cardinale presiedevano al lavoro intervenendo, anche con qualche colpo di scalpello, a precisare i contorni delle enormi statue.

I collaudi dei lavori realizzati finivano per essere lusinghieri apprezzamenti non solo per i materiali usati, ma anche per la serietà e la puntualità della ditta. Nel 1932 una verifica operata su un massello prelevato da via Balilla a Genova (messo in opera nel 1873 all’epoca delle prime forniture), rilevava che, malgrado il logorio al quale era sottoposto, le dimensioni del pezzo, dopo 60 anni, erano ancora quasi le stesse.

Furono anni di lavoro intenso per il quale gli operai presenti a La Maddalena, formati dal primitivo nucleo di continentali, venuti intorno al 1887, non era più sufficiente: si assistette così ad una seconda immigrazione di lavoratori che venivano da zone ben identificabili della Toscana (Sambuca Pistoiese, ad esempio, patria della numerosa famiglia Nativi) e dalla Liguria (Levanto, patria dell’altrettanto numerosa famiglia Del Bene).  Di questo secondo nucleo fanno parte i più celebri scalpellini del tempo, Merlo e margotti, veri maestri scultori, abili non solo nella lavorazione, ma anche nella creazione di forme, nella realizzazione di oggetti che i nostri più bravi scalpellini guardavano con ammirazione. Pure dalla Gallura e dall’interno della Sardegna ci fu una notevole immigrazione di manovali, forgiatori, tagliatori e taccaioli.

All’aumento del lavoro e alle richieste di qualità corrispondeva un valido apparato tecnico in grado di soddisfare le nuove esigenze: agli edifici nel frattempo ampliati per ospitare, fra l’altro, un vero ufficio commerciale ed un appartamento per la famiglia Grondona, si aggiungeva la banchina attrezzata per grossi carichi, una locomotiva, due gru di cui una a vapore chiamata “mancina”, dei potenti sollevatori, i Derrik, la funicolare ed un vapore da carico a carbone, il Merghebel, (vapore da fiume riadattato, di 150 tonn.) comandato da un ex maresciallo  di marina, Euclide Raffo e dal macchinista Paolo Scarfi.

La grande parete rocciosa della cava principale, di proprietà della ditta veniva attaccata su diversi fronti in modo che il lavoro potesse svolgersi, in tutte le sue fasi, in più punti; inoltre, sulle alture intorno, in terreni presi in affitto, si aprivano altri centri di lavoro isolati ed autosufficienti: al Puntiddò (attuale Puntiglione,) a San teramu a Conca d’a Vacca; sono le “cavette”, una decina in tutto, date in subappalto ad un responsabile di cava che provvedeva a pagare gli operai, a fornire i ferri, la polvere per le mine, il carbone e a trasportare i pezzi finiti alla banchina.

Si arrivò ad impiegare complessivamente 500 operai, alcuni dei quali abitavano nei locali della cava: gli scapoli nei cameroni al piano superiore del grande caseggiato a squadra, quelli con famiglia in piccole case a pian terreno.

Venne formandosi così una vera comunità che piano piano si organizzò, dotandosi di alcuni servizi essenziali, fino a essere quasi autosufficiente. La “cantina”, vasto camerone ad un solo piano prospiciente il mare, era un vero emporio dove si poteva comperare anche con i Ghignoni (moneta interna della cava coniata in rame a Genova), i più comuni generi alimentari e il vino, oltre ad alcuni capi di vestiario come scarpe, cappelli e giacche. Gli scapoli trascorrevano qui il loro tempo libero, bevendo qualche bicchiere o qualche fiasco, (“Il vino tiene lontano la silicosi” dicevano), o giocavano a morra, a carte, o a bocce usufruendo del vicino campo, allietati da un piano a manovella.

Un forno comune permetteva alle donne di cuocere il pane a turno: in ogni casa c’era il sacco di farina che veniva setacciata separando la crusca grossa (ottimo alimento per le galline) dalla crusca fine (con la quale si preparavano le cocche) e dalla farina bianca con la quale si faceva il pane. Chi infornava per prima avvertiva, quando il suo pane era quasi cotto, la seconda “cliente” del forno.

Alla carne, che l’alimentazione delle famiglie prevedeva solo eccezionalmente, si sostituiva il pesce, e un  abitante della cava, sfruttava il suo chiattino oltre che per occasionali trasporti di persone in Corsica, soprattutto per procurare pesci e totani da vendere alle famiglie della zona.

Non mancava, nei dintorni, una certa attività agricola; nella vasta piana di Ghialunà un ortolano proveniente da Oristano, Luigi Cocco, aveva recintato un appezzamento di terreno, chiuso con una parete di pietra un “tafone” che diventò la sua casa e coltivava ortaggi che vendeva agli abitanti della cava.

La riparazione delle scarpe veniva eseguita in loco da un calzolaio che aveva la minibottega in una stanza al centro dell’edificio più grande; per il taglio dei capelli, dopo le ore lavorative, uno scalpellino  si trasformava in barbiere e, per la modica cifra di una lira, prestava la sua opera, spesso all’aperto, col cliente seduto su una pietra semilavorata.

Anche per la morte si era, per così dire, indipendenti: i falegnami della ditta preparavano la bara gratuitamente ed il morto, dopo la veglia funebre, veniva accompagnato a Maddalena, atteso all’altezza di Punta Nera dai chierichetti e da Pret’Antò (Antonio Vico di Tempio).

Nel 1924 si apri la scuola elementare con il maestro Sebastiano Dessanay, che animato da un forte impegno sociale, ha lasciato un ottimo ricordo di se. Infatti, rendendosi conto della necessità di istruzione per i giovani lavoranti, egli offrì loro la possibilità di continuare a studiare con lui la sera, dopo cena, una ventina di diciottenni, ormai diventati provetti operai, per i quali la fatica scolastica era un ricordo lontano, riprendevano con rinnovato impegno libri e quaderni.

I bambini in età scolare erano divisi in due turni: i più piccoli frequentavano di pomeriggio, i più grandi la mattina perché poi, per molti di loro, incominciava l’apprendistato in forgia. Per tutti gli alunni c’era periodicamente la distribuzione di olio di fegato di merluzzo, di saponi e disinfettanti che lo Stato inviava attraverso l’Istituto Nazionale per la lotta contro l’analfabetismo.

Come ogni comunità che si rispetti anche gli abitanti della cava avevano dei giorni dell’anno da festeggiare insieme, come il giorno di Santa Lucia, patrona degli scalpellini perché protettrice degli occhi, ed il periodo di Carnevale per il quale si organizzavano grandi feste che attiravano anche molti maddalenini: arrivava la banda Vittorio Veneto e per i balli due musicisti con la fisarmonica e l’organetto. Si offrivano frittelle, vino e, solo per le donne, il vermouth. Si organizzavano i giochi e le gare classiche del Carnevale: la pentolaccia, il gioco della mela (bisognava tirar fuori coi denti una monetina che spuntava leggermente da una mela spaccata) e, per i bambini, la corsa dei sacchi o quella col cucchiaio in bocca che regge un uovo sodo.

Il periodo di maggiore e più qualificato lavoro corrisponde agli anni 1905-1910 e 1924-1928. Quando, dopo il 1930, i contraccolpi della crisi americana del ‘29 si fecero dolorosamente sentire anche qui da noi, iniziarono anni di incertezze e fluttuazioni, una parabola discendente che si concluse ai giorni nostri con l’arresto e l’abbandono di ogni attività di cava. Iniziarono le emigrazioni, dapprima saltuarie, con campagne di lavoro all’estero di qualche mese o anche di un anno che portavano i nostri operai a conoscere ambienti diversi, ma sempre legati al mondo della pietra. Già nel 1930 una quarantina di scalpellini maddalenini partivano per l’Egitto, dove lavoravano grossi conci per dighe, soprattutto per quella di Assuan; l’esperienza si ripeté nel 1935 e nel 1938.

Il ’36 fu il momento più brutto della crisi documentabile con un dato relativo al compenso per i tacchi finiti resi dalle cavette alla banchina: mentre negli anni precedenti questi venivano pagati 50 lire al metro, nel ’36 il prezzo scese fino a 12 lire al metro.

Perciò nel 1937, avendo saputo che una ditta francese cercava manodopera, quindici operai di Cava Francese accettarono di partire, con un contratto di 100 franchi al giorno, rivelatosi inadeguato al sacrificio dell’emigrazione: la cava infatti era situata a 600 metri di altezza, circondata da una foresta nella quale era arduo avventurarsi e le condizioni di lavoro non erano facili.

Anche la Corsica, dove per un certo tempo il lavoro non mancava, diventò meta di immigrazione per tutto il decennio 1930-1940, ma molti preferirono tentare di “entrare in Arsenale” o comunque sotto l’amministrazione statale. Il rafforzamento delle strutture militari nel periodo precedente la seconda guerra mondiale vide molti scalpellini diventare carpentieri, tornitori, meccanici, guardie giurate ecc. .

Negli anni di guerra l’attività della cava venne completamente sospesa: gli edifici vennero requisiti dal Comando Militare che vi trasferì alcune officine dell’Arsenale e fece scavare nella roccia una galleria rifugio.

Finita la guerra la cava riprese il lavoro fornendo, fra l’altro, nel 1947 grossi piloni per un ponte di Pavia; fu l’ultima importante commissione dopo la quale il declino divenne inarrestabile. A partire dallo stesso anno ’47, chiamandosi l’un l’altro, molti operai emigrarono in Francia.

  LE ABITUDINI

  Ricostruire la vita degli operai di cava significa non solo descrivere il lavoro di ogni categoria, ma anche di ricreare l’immagine degli uomini, con alcuni tratti significanti, ricordandone, ad esempio, il modo di vestire, le abitudini, le concezioni religiose e politiche.

Le caratteristiche fondamentali dell’abbigliamento restano invariate negli anni, costituendo quasi, per la loro uniformità, una divisa: durante l’inverno tutti portavano maglie intime e mutande di lana, camicie di mollettone, pantaloni di fustagno molto resistente chiamato “pelle di diavolo”, giacca di fustagno o di velluto; ai piedi le pezze di lino o di tela (più recentemente le calze) e gli scarponi di cuoio chiodati; in testa il cappello con la falda intera o il basco o il berretto a bicicletta. Nella stagione calda le uniche variazioni riguardavano la camicia (di cotone più leggero, sostituita a volte dalla maglietta) e la paglia foderata di tela o il cappello di sughero che molti avevano portato dall’Egitto.

Per difendersi dal sole dell’estate costruivano una sorta di rudimentale tenda monoposto con sacchi cuciti tra loro, sostenuti da cavalletti che potevano essere spostati seguendo il corso del sole. In inverno, per evitare che il freddo spaccasse la pelle indurita delle mani, alcuni adoperavano il sego, che ammorbidisce e protegge.

Al mattino quelli che venivano dalla Maddalena, dovendo percorrere a piedi la strada che li separa dal posto di lavoro, partivano di casa alle sette per essere in cava entro le otto, quando il suono della campana, dall’alto del deposito grande, annunciava l’inizio delle attività.

Ognuno portava con se il pranzo costituito da pane e mortadella, o patate, pomodori in estate, o pesci fritti, o minestrone della sera prima, raramente la pastasciutta, più spesso pane e fichi o  pane e formaggio. A mezzogiorno, quando il suono della campana annunciava la sosta (di un’ora d’inverno e di due ore d’estate), ognuno scaldava il gamellino sulle braci della forgia e, all’aperto o al riparo di qualche tafone provvidenziale si consumava il pasto. In inverno il lavoro pomeridiano finiva alle cinque, in estate alle sei; quando però la ditta doveva fare delle consegne e occorreva accelerare i tempi, i fatturanti lavoravano fino a che la luce del giorno lo permetteva e, a volte anche al buio con le lampade in acetilene. Questo avvenne ad esempio nel 1920 quando si dovettero preparare i pezzi della platea e le porte per lo sbarramento del Velino (Terni) e consegnare il lavoro entro agosto, perché fosse messo in opera prima della stagione delle piogge.

E il tempo libero? Gli scalpellini erano abili cercatori di funghi, discreti pescatori dilettanti e grandi amanti del vino. In effetti, mentre i più giovani, dovendo cercar moglie, preferivano passeggiare in paese e andare alle feste da ballo, quelli già accasati passavano volentieri il loro tempo libero all’aria aperta, ma spesso, soprattutto nelle lunghe sere d’inverno, li si trovava in folti gruppi nelle cantine.

La maggior parte degli scalpellini era atea e quindi conosceva la chiesa soltanto per il battesimo, la cresima, il matrimonio e la morte: erano bestemmiatori accaniti con una speciale varietà sul tema.

Politicamente quasi tutti erano socialisti, contrari al fascismo e dovettero per questo subire qualche prepotenza.

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