Il Faro di Punta Filetto - Isola di Santa Maria

 La scuola dei fari

Parzialmente tratto da un testo di Andrea Mulas, rielaborazione a cura di Augusto Zedda Sito Web >  www.cronacheisolane.it

 

A partire dall'anno scolastico 1956-'57, dopo tante richieste degli abitanti delle isole di Razzoli, Santa Maria e Spargi, viene istituita la Scuola popolare volante per i figli dei fanalisti e dei pastori che la vivono.

 Vi insegnano giovani maestri, di solito non di ruolo, alla loro prima nomina.

Queste testimonianze vogliono raccontare le difficoltà, logistiche, didattiche, umane, di alcuni degli insegnanti assegnati alle isole minori dell'Arcipelago, la loro solitudine, il loro incanto, la loro noia, interrotta per fortuna da qualche momento di notorietà.

"Sono stato, nientemeno, intervistato dalla radio squadra della RAI, che gira per la Sardegna. Durante l'intervista ho cercato di fare un quadro esatto della scuola e dell'ambiente senza gonfiare o minimizzare niente. Chissà che fine ha già fato quell'intervista!", scrive infatti il maestro Masia.

L'aula di Santa Maria è un locale del faro, un tempo adibito a magazzino, tanto piccolo da non poter contenere neppure quattro banchi, che perciò dovranno essere sostituiti da un tavolo da rancio della Marina, meno ingombrante, però sta ancora all'isola di Razzoli e bisogna andarlo a prendere laggiù. Manca il materiale didattico necessario, quaderni e cancelleria, che il maestro cerca di ottenere dalla Marina, la lavagna e vecchia e rotta l, il maestro tuttavia non dispera di farla rifilare da qualcuno per ricavarne una più piccola, ma da chi?

L'arredamento è scarno, manca il lume, ma soprattutto la stufa, che il maestro rimedierà soltanto a gennaio, a La Maddalena, e una stufa, si sa, non è bene voluttuario nelle invernate fredde alle isole, sempre battute dai venti: "Il vento è in camera mia", annota ai primi di gennaio del '57, il povero maestro intirizzito dal vento della tramontana. E quando poi la trova, questa benedetta stufa non la si può neanche accendere, perché mancano tubi e gomiti: altra tribolazione.

Il locale,insomma, non è pronto e, anche a causa del maltempo che impedisce di raggiungere le isole, l'anno scolastico tarda ad iniziare, con disappunto del Direttore del Circolo Didattico di La Maddalena, professore Giovanni Battista Fabio, da cui le scuole dipendono.

Come il tempo vuole, il 9 gennaio 1957 il maestro Masia sbarca a Santa Maria, e con il primo giorno di lezione l'avventura della scuola dei fari può finalmente cominciare, ma non sarà una romantica avventura in una landa trasognata.

Certo molte cose la rendono assolutamente unica e irripetibile altrove: qui, intanto, e la meteorologia e non scarne circolari ministeriali a stabilire l'inizio delle lezioni, che non avviene praticamente mai prima del mese di gennaio, quando tutti gli altri scolari invece vi tornano, dopo le vacanze natalizie.

La stessa attività didattica ha come laboratorio en plein air l'isola tutta, un po' perché non esiste biblioteca ne altro sussidio didattico, molto per la particolare sensibilità e lo spirito innovatore e pionieristico del maestro: "seguo il programma, lasciando che ogni iniziativa che può suggerirmi l'ambiente, dia i suoi frutti", annota.

E così è il mare i l maggiore campo di studio e di ricerca, per la flora e la fauna, le attività che vi si svolgono, la  storia dei fari e della navigazione: si allestisce un piccolo "museo di classe" che raccoglie insetti e minerali dell'isola, si appendono alle pareti dell'aula cartoncini sui quali sono incollati i vari tipi di conchiglie raccolti dai ragazzi e da essi stessi illustrati con brevi note.

Si parte dall'osservazione dei una rana pescatrice, catturata con la nassa, per stendere una breve relazione e arrivare ad apprenderne anche la denominazione scientifica, si studiano con curiosa attenzione le varie specie se ne ricostruiscono vita e abitudini.

Purtroppo non è possibile fare lo stesso con le diverse specie di vegetazione marina, non per cattiva volontà o mancanza di interesse: è che dopo un po' puzzano!

E' in questa sorta di insegnamento globale lo stesso docente apprende realtà a lui sconosciute, "è stato portato anche un crostaceo di natura che non avevo avuto modo ancora di notare": ora è il maestro che impara.

Molto importanti e impegnative anche le attività manuali e pratiche, come si diceva un tempo: si costruiscono minuscole nasse, strumento di lavoro dei padri, cesti di rametti di mirto intrecciati, ma soprattutto un gozzo in miniatura, che riproduce quelli in uso localmente.

E lo stesso Direttore didattico a sostenere e caldeggiare questo tipo di attività, e anche il maestro di Razzoli, Sergio Maestrale, sbarcato a Santa Maria, darà il suo qualificato contributo di maddalenino conoscitore delle tradizioni e della nomenclatura locale.

Accanto a questa attività di maestri d'ascia in erba, i ragazzi, che restano pur sempre scolari, fanno ricerche sui diversi tipi di imbarcazioni a partire dall'antichità, illustrandoli con una serie di acquarelli.

I ragazzi hanno piantato anche un orticello e ne godono i primi frutti: "sono state raccolte, infatti, le patate e patatine che arrosolate già sono diventate un piatto saporito", dice il maestro soddisfatto.

Ma siccome non c'è aula migliore di quella che non c'è, le lezioni più interessanti e più partecipate sono in una spiaggetta, i "diversi chilometri di sentieri" percorsi per raggiungerla non sono più neppure un ricordo, è quanto è triste il giorno di pioggia che impedisce l'uscita! i ragazzi sono svogliati, delusi, non seguono, chiusi tra poche mura.

Ma la scuola è la scuola, comunque, il maestro non lo dimentica mai, e l'isola non è il mondo: i ragazzi devono sapere che oltre il mare c'è una realtà che bisogna conoscere perché pur sempre li riguarda, anche se è distante molte miglia, che tuttavia li raggiunge, anche quando il rimorchiatore non arriva perché non può uscire per il mare grosso. Il maestro dà vita perciò ad un giornale di classe, così lo chiama, ma non è un diario delle quotidiane scoperte, delle piccole vicende scolastiche, tutt'altro: lo concepisce e lo vuole giornale d'attualità, sono le sue parole, "perché molte cose che progredivano nel mondo, che è così vicino e pur così lontano da questi bambini, possano essere note".

Che lo si voglia ammettere o negare, il faro è però fuori dal mondo, lontano assai più delle miglia che lo separano dai modesti comodi di un'ordinaria, banale vita "civile".

Se per il mare grosso il rimorchiatore non arriva, può capitare anche per quindici giorni e oltre, i viveri scarseggiano, e allora neppure si pesca: questo vuol dire, se non fame fame, qualcosa che le somiglia molto, per tutti, maestro compreso, si capisce.

E tra un viaggio e l'altro del mezzo della Marina, quand'anche il tempo è buono, tornare a La Maddalena, per qualsiasi necessità, non è impresa facile: fatti molti chilometri, s'arriva in puntata, e lì si aspetta che passi il gozzo di qualche pescatore uscito magari a salpar nasse: Mus'i Martè, Magrò, 'U Punzisiellu, Tatò, il Cinghiale, di solito sono loro.

Si accende un falò per segnalare la propria presenza, come fanno gli abitanti dell'isola, e si aspetta.

Altro che mondo incantato: è dura la vita al faro, dura per tutti!

Si, certo gli accenti fiabeschi non mancano, i membri della commissione esaminatrice, che arrivano in barca; i ragazzi che avvertono il maestro come un taumaturgo dotato del potere di far piovere per ridare così serenità e benessere ai loro genitori, la stessa cosa che i contadini chiedono al prete, lui che ha studiato e chissà quante magie conosce!; e si potrebbe continuare.

Tutto questo però non deve trarre in inganno e dare una percezione sfalsata ad usum civis della vita dei fari: qui l'esistenza è difficile, difficile per tutti, nessuno escluso.

E non solo per le difficoltà ambientali e logistiche che abbiamo già visto: c'è dell'altro, evidentemente.

Gli spazi sono quelli che sono, "qui nessuno vive in casa propria" lamenta il maestro, tutti sono costretti ad una coabitazione forzosa, privati di libertà e persino di intimità.

Di giorno, magari, tra la scuola, qualche passeggiata, una lettura, l'esame magistrale, da preparare, una totanata, un'uscita in barca a salpare le nasse, il tempo ti passa, ma la sera? Dove vai la sera? o chiacchieri, alla luce del lume a petrolio, di tempaccio e nasse e reti perdute, oppure l'infili con qualche discussione di argomento Sociale, e allora ti accorgi che viene fuori sempre un sordo disprezzo verso tutto quello che è lontano da qui, che loro sanno cos'è giusto e cosa no. O se no ti parlano di storie di litigi e di maldicenze tra famiglie, o di interessi, storie che non hanno mai fine ne inizio. Solo quando gli spieghi i misteri dell'universo o i progressi della scienza ti ascoltano incantati, più dei loro ragazzi, che quasi non gli sembra vero. E allora capisci che sei maestro di tutti, a tutte le ore, e l'isola è la tua aula, oltre che le 15 ore settimanali di lezione coi ragazzi, a volte ne fai pure 24!

Ma "il loro motto è mangiare, bere, dormire", e al faro gli avvenimenti non sono molti: l'arrivo di autorità; la festa grande, per la prima Comunione e Cresima di due figli dei fanalisti; l'arrivo inaspettato del maestro dell'altra isola, col quale finalmente poter discutere di argomenti non banali; l'inseguimento delle capre fuggite; il ritrovamento di un naufrago e altri piccoli avvenimenti che rompevano la solitudine.

No, non è facile la vita ai fari, certo, il diretto contatto con la natura, fa si che il fanalista sia schietto, che a causa delle difficoltà di una vita isolata, la psiche di questa gente acquista delle caratteristiche spiccatamente individualistiche.

Neanche il rapporto con i ragazzi è tanto facile, con gli estranei sono molto riservati, quasi selvatici, questo perché durante l'anno si avvicinano pochissime persone.

A Santa Maria, i maschi a salpare nasse, per dare una mano ai genitori; a Spargi, le femmine a dare una mano in casa, a governare il bestiame, ed è curioso vedere bambini di 7 e 8 anni trattare con grande confidenza delle bestie grandi come buoi.

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