GLI
STRANI ABITANTI DELLE ISOLE MINORI
A
cura di Augusto Zedda
Mentre
la vita scorreva tranquilla e serena a La Maddalena, la fine della pirateria e
le vicende politiche avevano fatto sì che qualche anima scegliesse anche le
Isole minori per camparvi. Se ancor oggi esse sono disabitate a causa dei
rigori del mare e della scarsità o assenza di acqua dolce, si può immaginare
cosa esse offrissero oltre un secolo fa, quando non v'era barca che potesse
osare di uscire in mare col maestrale o la tramontana o il ponente scatenati,
ne esisteva mezzo di comunicazione per altre vie.
La
più agibile tra le Isole era Caprera che, pur non essendo ancora unita alla
maggiore dal ponte, ne era tuttavia separata dallo stretto Passo della Moneta,
basso e irto di scogli ma abbastanza agevole per i piccoli navigli a remi. Ai
tempi di Des Geneys, Caprera era rimasta disabitata perchè i pochi pastori
che vi si erano stanziati avevano preferito trasferirsi a La Maddalena e
servire nella Marina. Tuttavia proprio in quegli anni si rifugiò nell'Isola
un bandito corso, Giovanni Battista Ferracciuolo, perseguito in Corsica non si
sa per quali reati; aveva con se la moglie e non possedeva nulla. o forse quel
poco con cui acquistare dal demanio un pezzetto di graniti ai piedi di Monte
Tejalone: mancano notizie certe in tal senso.
Doveva
essere un uomo chiuso e poco comunicativo, tanto che non si conobbe mai il suo
segreto; ma poichè non faceva male ad alcuno, nessuno lo disturbò. Si costruì
una casupola ai piedi del Monte, non lontana da una purissima fonte che i
pastori chiamavano Capriona, attribuendo miracolose virtù alle sue acque.
Ferracciuolo
visse con sua moglie in estrema povertà o, per meglio dire, in quello stato
selvaggio che non realizza alcun valore monetario dai suoi beni: capre,
cacciagione, legname, qualche ortaggio, pesca. Nel 1839 la donna gli diede un
figlio, Pietro che crebbe libero come le capre e gli uccelli dell'Isola, non
si sposò e superò i 93 anni di età. Garibaldi fu forse l'unico uomo che
ebbe con i Ferracciuolo buoni rapporti: dapprima Trattò col padre uno scambio
di terreni, poi acquistò da Pietro l'intera Proprietà , ma gli concesse di
vivere tranquillamente nella sua casa; e questi gli sopravvisse di molti anni.
Ad est del Tejalone, verso Cala Coticcio, sul Piano delle Spugne, si era
costruito una casetta di due stanze il pastore De Pietri, mentre poco distante
dal luogo ove Garibaldi costruì la sua casa si erano insediati gli Zonza e i
De Paoli. La zona di Stagnali era diventata proprietà di cinque famiglie:
Zicavo, Serra, Tartaul, Pistoli e Ornano, che ne avevano coltivato il terreno
con grandi fatiche a vigneto e frutteto.
Verso
lo Scabeccio infine, all'Arcaccio, si era costruito la poverissima dimora
Andrea Di Giovanni, esule da Napoli non si sa per quale motivo. Per tutti la
risorsa principale erano le capre e le pecore, ma forse non disdegnavano un
moderato contrabbando.
Tra
i prodotti migliori di questa piccola comunità caprerina v'era la ricotta
butirrosa, considerata superiore perfino a quella Gallurese, che i pastori
confezionavano a forma di cono a spirale.
Anche
a Spargi approdò nei primi decenni dell'ottocento un bandito, Natale Beretta,
perseguitato dalla legge sarda, il quale per anni visse nella macchia
impenetrabile dell'isola, riuscendo a sottrarsi nelle periodiche ispezioni
delle guardie. Finalmente un giorno, dopo molto tempo, la sua innocenza fu
provata ed egli fu assolto da ogni addebito; ma si guardò bene da lasciare
quel paradiso terrestre. Vi costruì una casetta dove si installò con moglie
e figli, e si diede alla pastorizia e all'agricoltura.
Quando
nel 1869 il Conte Francesco Aventi andò a trovarlo nel corso di un suo
viaggio di studio sull'agricoltura, Natale Beretta era un vecchio e felice
patriarca proprietario di oltre 200 pecore, 100 capre e 40 vacche. Aveva
dissodato alcuni campi con la sua famiglia, dai quali ricavava quel tanto di
grano e di vigna bastanti per i loro bisogni, e dichiarava di sentirsi il Re
di Spargi e di non desiderare altro dalla vita.
Nell'arcipelago
a quei tempi v'era anche un minuscolo reame, rappresentato dalla famiglia
Bertoleoni che nei primissimi anni dell 1800 si installò a Santa Maria per
pascolarvi il bestiame. I discendenti ne sono tuttora proprietari. La famiglia
si costruì una casa-stazzo sulle rovine dell'antico convento dei monaci e si
diede a colonizzare l'isola, facendone in pochi anni un eden. Poichè era
numerosa, nel 1807 uno di loro, Giuseppe, migrò con pochi attrezzi e un
sacchetto di sementi di cereali e legumi, e andò ad occupare l'impervia e
fantastica Isola di Tavolara, davanti alla costa di Olbia. Qua costruì una
casetta a un solo vano, il forno e un recinto per difendere l'orto dal
bestiame.
Entrambi
i ceppi Bertoleoni prosperarono. Quelli di Tavolara ebbero la ventura di
ospitare in una notte tempestosa Gioacchino Murat, nel 1815, e Re Carlo
Alberto venuto per una battuta di caccia nel 1836, in quell'occasione si
racconta che Paolo Bertoleoni, figlio di Giuseppe chiedendo all'ospite appena
sbarcato chi fosse e, avendogli questi risposto di essere il Re di Sardegna,
egli si presentò a sua volta dicendogli: "E io sono il Re di
Tavolara". Quando Carlo Alberto partì, dopo aver goduto la grande
ospitalità di quella famiglia, Paolo gli donò per ricordo il trofeo della
testa di una capra dell'isola, famose queste per avere denti del colore
dell'oro. Il Re di Sardegna a sua volta gli fece pervenire dalla prefettura di
Tempio una pergamena di convalida della proprietà dell'isola insieme con
alcuni doni. Da allora Paolo Bertoleoni fece dipingere sulla facciata della
sua casa uno stemma reale e si fregiò del titolo di Re di Tavolara.
Il
titolo fu riconosciuto anche dalla corte inglese e la regina Vittoria inviò
una nave nell'isoletta per fare i ritratti della famiglia Bertoleoni onde
arricchire la sua collezione dei reali di tutto il mondo. La fotografia e
tuttora conservata in una cornice d'oro presso il museo di Buckingham Palace,
con la dicicitura: "Il più piccolo regno della terra".
Frattanto,
mentre la dinastia di tavolara prosperava e a Paolo I successero un Carlo I,
Paolo II e Carlo II, avendo come unici sudditi se stessi, quella di Santa
Maria, meno proclive ad ambizioni nobiliari, cresceva nella vita più
semplice, libera e serena che si possa immaginare, allargando il propri spazio
vitale anche all'isola di Budelli, che risultava di loro proprietà fino a
pochi decenni orsono. Alcuni dei Bertoleoni di Santa Maria divennero uomini di
mare e seguirono la carriera nella Marina, mentre le loro donne, rimaste
nell'isola sapevano coltivare la terra, cacciare, pescare,; asunsero anche
qualche pastore. Spesso esse rimanevano sole per mesi, specie quando d'inverno
il mare si scatenava nelle Bocche, Santa Maria, che insieme con Razzoli è
l'isola più lontana ed esposta dall'arcipelago, veniva investita da burrasche
tremende e dalle raffiche dei venti settentrionali. Le donne allora si
prodigavano per salvare naviganti in pericolo e la loro ospitalità era sempre
a disposizione dei pescatori che, sorpresi dal mare grosso, dovevano cercar
riparo nella splendida Cala di Santa Maria.
Ancora
oggi l'isola è abitata tutto l'anno da una discendente di quel ceppo,
l'anziana signora Maria Ogno Viggiani, che mi fu gentilissima guida nella mia
ricerca delle tracce dell'antico convento benedettino e che resiste da sola,
in piena salute e serenità, a presidiare quell'incantevole quanto difficile
avamposto de La Maddalena.
Nel
1843 fu costruito il faro di Razzoli, proprio per facilitare la navigazione
nelle acque tormentate delle Bocche e allora anche quello scoglio poco agibile
fu abitato dalla famiglia del guardiano; la loro solitudine era resa meno
assoluta dalla vicinanza dei Bertoleoni, dai quali li separava soltanto lo
strettissimo passo degli asinelli.
Santo
Stefano ospitava un piccolo presidio di militari a guardia della torre, mentre
sporadicamente, i pastori vi andavano a governare il bestiame lasciato brado.
Ma nel 1842 avvenne la ripartizione per lotti estratti a sorte dei terreni
demaniali del comune di La Maddalena e risulta che dei 22 lotti in cui venne
suddivisa l'isola, 19 furono aggiudicati al colonnello Lodovico Frapolli che
probabilmente intendeva coltivarla, ma non pare che vi abbia mai soggiornato
ne che abbia dato inizio ad una sia pur modesta agricoltura. Nel marzo del
1864 il Frapolli vendette Santo Stefano a Federico Federici, bresciano: la
proprietà consisteva in complessivi 266,18 ettari che vennero mantenuti a
pascolo o improduttivi. Anche il Federici non vi soggiornò mai e i suoi eredi
a loro volta vendettero l'isola nel maggio 1891 a Pasquale Serra, maddalenino,
il quale finalmente vi si stabilì con la famiglia, coltivando piccoli
appezzamenti e curando il bestiame. I suoi eredi vissero sull'isola fino a
pochi anni fa.